Malastrada

 

"... una spietata opera dal sapore classico, un antico rito di sangue con la vittima sacrificale, il figlio, costretta a immolarsi all’ignoto secondo il volere di divinità potenti e senza misericordia, un ancestrale cerimoniale che sa coniugare un afflato di tremenda, ottusa religiosità allo smarrimento tutto contemporaneo di un’umanità perduta sull’orlo dell’abisso."

Nicola Viesti – Hystrio – n 4, 2008

 

 

'Nta ll'aria

 

"... Ed è il non detto, il più delle volte, a raccontare solitudini e fragilità di un'umanità in cui non è difficile riconoscersi. La laconicità può diventare, come accade in 'Nta ll'aria del siciliano Tino Caspanello, uno strumento, insieme lieve e affilato, per sottrarsi all'ordine del discorso e accarezzare l'utopia foucaultiana d'essere non " colui donde viene il discorso, ma piuttosto una sottile lacuna, il punto della sua scomparsa possibile". Non a caso i protagonisti - due operai al lavoro su un balcone e una vagabonda che sembra aver smarrito il senso del tempo - finiscono per affidare i propri pensieri non alle parole ma al suono di una pioggia e di un vento immaginari, o al fischiare di un treno che si può vedere solo con gli occhi chiusi. Ne nasce una partitura aerea in cui, mantenendo la freschezza e l'originalitàò degli esordi, Caspanello raggiunge grazie all'aspra musicalità del dialetto una tensione evocativa che non si lascia esaurire al primo ascolto".

Andrea Nanni in collaborazione con Claudia Cannella e Stefania Maraucci - Hystrio, n. 3 2007

 

“Ci sono due tracce da seguire per intendere a fondo il senso del nuovo spettacolo della compagnia messinese “Pubblico Incanto” guidata da Tino Caspanello: l’autenticità e la necessità…

Autenticità è in questo spettacolo di Caspanello la percezione chiara che nulla di quanto si vede poteva evitarsi  o poteva essere scritto in modo minimamente diverso. Necessità invece è la consapevolezza che il senso di questo spettacolo ci riguarda davvero: che ci riguarda la magia di un incontro che, se accolto, trasforma finalmente in vita il tempo e lo dilata, ci rende capaci di vederli i colori che ci circondano, di percepire la gioia anche quando non sapremmo davvero di che gioire, capaci di fermarci davvero anche solo per un caffè perché non è tanto di quel caffè che abbiamo bisogno quanto della totale, intelligente e umanissima inutilità di quel gesto…”

Paolo Randazzo – Centonove – 31 agosto 2007

 

"... il nuovo lavoro di Tino Caspanello, 'Nta ll'aria, è una piccola partitura preziosa per due imbianchini e una meravigliosa figura femminile (a cui CInzia Muscolino regala toni gentilmente svagati alla Gelsomina)"

Sara Chiappori - Diario - 29 giugno 2007

 

“…Nta ll’aria di Tino Caspanello al Teatro Sybaris. Due operai, uno burbero uno svagato, lavorano a dipingere un balcone di ferro di un palazzo, quando la loro routine è sconvolta dal sopraggiungere di una misteriosa ragazzetta, che dopo essersi introdotta nell’appartamento disabitato prima vince la loro diffidenza offrendo caffè e altri generi di conforto che estrae dalla sua sacca, poi piano piano li fa scivolare in una dimensione sognante, sempre più lontana dalla realtà quotidiana. Il più infantile dei due la segue subito e con entusiasmo, ma alla lunga anche la scorbutico supera le loro diffidenze, e i tre si ritrovano affacciati al balcone a contemplare l’esterno con occhi nuovi. La piccola fiaba poetica è molto gradevolmente recitata da Cinzia Muscolino, Andrea Trimarchi e Tino Caspanello, quest’ultimo anche regista.”

Masolino D’Amico – La Stampa – 10 giugno 2007

 

“E’ nato forse un nuovo teatro, quello della percezione e della delicatezza?

Tutto su un balcone, che riesce ad isolare i tre personaggi ed a porli su una sorta di piattaforma dove autentici protagonisti sono il sogno e la fantasia: dimensioni lontane dalla cruda e sempre uguale realtà quotidiana. Pièce, come detto, estremamente evocativa, leggera e sognante, in pieno stile dell’autore Tino Caspanello…”

Maurizio Giordano - dramma.it - settembre 2007

 

 

ROSA

 

“… Da Pagliara, nel messinese, arrivava invece Tino Caspanello, autore, regista e interprete assieme ad altri tre attori di Rosa, dove si avvicendano i dialoghi di quattro giovani di paese che spesso parlano solo a se stessi, monologando con la propria incapacità di trovare un senso a queste giornate sospese in un vuoto senza prospettive, nella finta attesa di un treno per evadere almeno nel sogno da un futuro a cui non è facile sottrarsi, anche se qualcuno già è sparito. Un’intensa atmosfera senza vie d’uscita che ha trovato al debutto la riprova da un incidente memorabile: non è servito a dissolvere la tensione il lungo momento-verità causato dal protrarsi del trillo di un cellulare dalla platea per 14 inesorabili minuti, vissuti con angosciato coraggio dagli interpreti, come se un metronomo ne esaltasse la suspense.”

Franco Quadri – Ubunews – www.ubulibri.it

 

… Ma una piccola sorpresa che va segnalata viene dalla Sicilia, dove in provincia di Messina lavora la compagnia Pubblico Incanto, attorno a Tino Caspanello. Tre giovani (tra cui lo stesso autore e regista) e una donna in scena per Rosa. Una avventura sognata che potrebbe diventare una fuga, ma che intanto, mentre viene fantasticata nei suoi particolari, diventa il metro della quotidianità presente. Costumi che vorranno essere liberati, e condizionamenti e pigrizie che intanto gravano come massi. Una promiscuità sognata, per raccontare l’identità debole di oggi. Un viaggio che si compie nello spettacolo, perché quello vero forse non avverrà mai. Una scrittura che come molto di questo teatro “di primavera”, racconta i nostri giorni senza nessuna voglia di subirli passivamente nell’ordine.

Gianfranco Capitta -  Il Manifesto – 14 giugno 2006

 

“… Non a caso si consuma in Sicilia lo strappo tra i quattro amici protagonisti di Rosa, testo corale che, dopo il successo di Mari, conferma la forza evocativa della scrittura di Tino Caspanello. Con la consueta rarefazione scandita dalla musicalità del dialetto, la partitura scenica si articola stavolta su due diversi piani temporali, quello orizzontale, sospeso, di chi non è partito, e quello furiosamente verticale di chi invece il treno l’ha preso e non è mai tornato. Sgombrato il campo dai cliché sociologici, Caspanello solleva con gesto lieve e tagliente entrambi i lembi della ferita dell’emigrazione, seguendo i capricci del caso, impietoso nel mandare in frantumi i fragili equilibri di un’amicizia amorosa che sfida pacificamente le convenzioni. La nostalgia per una terra inattingibile anche se mai abbandonata echeggia nel canto delle cicale che accompagna come una linea di basso continuo, interrotta solo a tratti da un latrare lontano e da voci femminili ancora più lontane, il repertorio di giochi infantili squadernato per arginare un dolore da cui tutti, sia quelli che sono partiti sia quelli che sono rimasti, cercano inutilmente di fuggire.”

Andrea Nanni – Hystrio -  n. 3, 2006

 

“Quasi impalpabile è Rosa, la nuova opera del messinese Tino Caspanello anche questa in prima nazionale a Castrovillari, che l’autore interpreta con Cinzia Muscolino, Andrea Trimarchi e Tino Calabrò, dando vita a un quadro di umani sentimenti tanto rarefatti, quanto intensificati dal continuo rimbalzo da un personaggio all’altro, in una situazione di attesa resa infinita dalle continue perdite. E’ come se l’autore-attore avesse voluto dilatare scrittura della sua precedente e riuscitissima messinscena, lasciando emergere altre emozioni, in un altro elemento, la terra in contrapposizione all’acqua sulla battigia, nell’infinito sciabordio di Mari, appunto. Il luogo dell’azione di Rosa potrebbe essere una stazione (di treni? di bus?), ma la partitura sonora di Giovanni Renzo non concede mai rumori che permetterebbero di identificare il luogo, al contrario, dal frinire delle cicale, il quartetto potrebbe svolgersi in un tranquillo giardino, magari a Pagliara, dove ha sede Pubblico Incanto, la compagnia di Caspanello.”

Mariateresa Surianello – Aprile, giugno 2006

 

"...Tino Caspanello e gli altri componenti della Compagnia Pubblico Incanto sfuggono a frettolose classificazioni per cliché geografici e generazionali. Anzi, è da subito evidente la ricerca di uno stile decisamente originale rispetto a tanti gruppi che vengono dal sud.

Colpisce in questo senso l'uso che fanno del dialetto, che non viene spinto - come spesso avviene - verso l'accesa esasperazione espressiva, ma resta invece trattenuto nelle sue risonanze raccolte, quasi introspettive.

... A questa costruzione verbale minuziosa, precisissima, Caspanello fa coincidere un rigoroso lavoro sulla recitazione, in cui lui stesso e i suoi compagni sono bravi a raggelare i toni, a evitare ogni enfasi interpretativa..."

Renato Palazzi, www.delteatro.it

 

"... Caspanello propone archetipi (di persone e situazioni) assolutamente contemporanei, di sogni irrisolti, di realtà afasiche, di bisogni soffocati, di coraggio mancato.

... Anche qui Caspanello adotta il suo linguaggio ricco di ripetizioni, che dice dell'uso di un dialetto ozioso che spesso si avvita su se stesso ma non riesce a comunicare. Aggiungendo,  però, continui sbalzi temporali, oltre a dare prova di una raggiunta maturità di scrittura (sulla pagina e sulla scena), esprime la discontinuità del nostro essere, sopseso tra realtà, sogni e disincanto."

Vincenzo Bonaventura, La Gazzetta del Sud, 7 dicembre 2006

"

 

MARI

 

... Un lavoro bello, dunque, interessante e ricco di pathos, con gli orgogli e i grotteschi pudori, tipici di questa terra.

Carmelo Duro - La Gazzetta del Sud - 29 dicembre 2003

 

… “Mari” è piccola cosa  preziosa  anche  in  scena... Non  solo  il testo, ma anche la  sensibile  regia riesce  a  mettere in luce l’impercettibile, e a rendere  il  non detto  indispensabile quanto gli intervalli tra le note.   

Emanuela Garampelli - Hystrio n. 4 -  2004

 

… Gesti abortiti  per paura o pudore, che sembrano  tradurre  in  scena  un’eco  sghemba e delicata di certi scambi tra  Keaton e la Masina. Due  esistenze piccole  piccole, proiettate sul mistero di un mare notturno che non riescono a vedere.

Annalisa Sacchi - Il giornale del festival - Santarcangelo dei Teatri - 4 luglio 2004

 

… Un po’ come per i testi di Jon Fosse, per certi Pinter, in scena accade veramente poco, ma quanto resta negli occhi e nella mente di questa fragile semplicità.

Tiziano Fratus - www. Dramma.it - settembre 2004

 

. . . Uno  spettacolo  leggero  e  coltissimo  insieme, con  quell'equilibrio  che  solo  può garantire emozione: non c'è alcun compiacimento artistico, ma c'è la sostanza delle cose che accadono da sole, ch'è tipica della migliore letteratura moderna siciliana.

Paolo Randazzo - Centonove - 17 dicembre 2004

 

… Ci riconcilia con  noi stessi, con quello che sentiamo  e  che  non pronunciamo e che  ci avvicina a quelle  sensazioni che oggi, i rumori, i clacson, lo schiamazzo  della gente, non ci fanno più ritrovare.

Maurizio Giordano - Il botteghino on line - 25 gennaio 2005

 

… Senza dirsi mai esplicitamente “ti amo” o “ti voglio bene”, tutto  il mondo di sentimenti che c’è fra loro esplode nel semplice gesto finale di prendersi mano nella mano per toccare l’inizio del mare. E gli applausi scrosciano naturali.

Federica Bedini - Sottotesto - Teatro  del Giglio

 

. . .” Mari”: bellissima scoperta, fortunata promessa... Spettacolo spoglio, nudo, scorticato e povero, dalla grandezza, profondità e onestà indicibili. Bravi davvero!

Agnese Doria - Accrocchio.it - il portale del teatro per Bologna e l'Emilia Romagna

 

… “Mari” è uno «scrigno» teatrale apparentemente legato alla nostra terra per il mezzo, il dialetto, che da un uso quotidiano, necessario si scioglie in una lingua che si ferma sulla soglia di una storia, di un amore che non ha più bisogno di parole per comunicare.

Donatella Molino -  La Sicilia  - 02 gennaio 2004

 

… E la mano di lui prenderà quella della sua compagna per toccare l’acqua calda e scura del mare in un battesimo di anima e corpo.

Rosi Fasiolo - Il Gazzettino – Udine 6 dicembre 2004

 

Nel Protoconvento francescano, dove i padroni di casa hanno riproposto Kitsch Hamlet, dal 6 giugno sono arrivati, tra gli altri, Ascanio Celestini, Motus, Emma Dante e gli Artefatti, accanto alle inquietanti Storie di scorie di Ulderico Pesce cui ha fatto da contraltare la delicatezza di Tino Caspanello che nel duetto in messinese, Mari, ha regalato una partitura davvero d'incanto.

Maria Teresa Surianello - Il Manifesto 12 giugno 2005

 

… La parlata siciliana si fa complice assoluta di questo crescendo emozionale, dove la scontata quotidianità lascia spazio a discorsi più intimi fino alla riflessione sull’insufficienza della parola per esprimere i pensieri e i sentimenti umani.

Elena Castellan - Il Giornale di Vicenza 26 giugno 2005

 

Una trama delicata, quasi impalpabile, modulata sul rumore del frangersi delle onde e su gesti minimi caratterizza Mari, del siciliano Tino Caspanello, un lavoro materiato di sentimenti pudichi, inespressi, che trovano nelle parole solo echi sommessi. Eppure, una volta accettata la logica di questo registro, percorso con rigore e coerenza, si entra senza difficoltà in un mondo di affetti sommersi, nella dinamica di un rapporto coniugale ove si confrontano, quasi in silenzio, due solitudini, e che diviene paradigma di una situazione esistenziale diffusa sotto ogni latitudine.

Claudio Facchinelli – Sipario novembre 2005

 

… Riflessioni che, inevitabilmente, divengono di ispirazione universale, coinvolgono tutti proprio per la loro disarmante ed ‘ordinaria’ semplicità.

Giusy Ciprioti - Il Quotidiano della Calabria18 gennaio 2006

Parla al cuore di un pubblico sensibile ed attento (come quello accorso alla Sala Laudamo, durante le applaudite repliche in riva allo stretto), “Mari”, con il suo ritmo compassato, proprio di una dimensione quasi favolistica, (volutamente) ingenua e primordiale insieme; e anche attraverso i silenzi – e ce ne sono, ma perfettamente incastonati e mai fuori luogo dei protagonisti, che provano a guardarsi dentro. Con semplicità e senza ipocrisia né perbenismo di sorta. Sono davvero bravi – ed affiatati – Caspanello e la Muscolino, capaci di tenere le fila di una trama scritta sulla sabbia.                                                                               Matteo Pappalardo – La Gazzetta del Sud – 28 aprile 2006

"... Una costruzione minimale, come poeticissimo e semplice, e insieme carico di risonanze antiche, è il dialetto messinese, mai forzato verso l'espressionismo, che in bocca ai personaggi diventa cantilena di ripetizioni per sfociare in un canto che è il punto più estremo di svelamento di due personaggi delicati e teneri, incapaci prima di allora, forse, di dirsi un amore che si intuisce forte e sincero. Ma qui, davanti al mare nero, le reciproche attenzioni sempre taciute si svelano, e accade il miracolo. Un miracolo anche per lo spettatore, che si commuove e sorride di fronte all'incanto di un piccolo gioiello teatrale, fragile e prezioso."                                                                                                        Simona Spaventa, La Repubblica, Milano, 2 dicembre 2006

 

BIANCO/NERO

 

... Le pause meditative dei soliloqui, le scatenate sarabande degli attori che si gettano da un lato all'altro del palco, fanno parte di questa "antologia piena di sedimenti, emozioni, ironie e tristezze... alla fine della quale gli spettatori, con il volto coperto da simboliche maschere di cartone, rimangono assorti e confusi... non si capisce se si va a teatro o si fa teatro.

Agatino Gugliotta - La Sicilia - 10 marzo 2001

 

  

TEXTURES

 

… La distanza della luna, evocato in modo affascinante da Tino Caspanello (sua l’elegantissima scenografia) e Cinzia Muscolino… L’impressione di trovarsi in un tempo infinito in uno spazio indefinito, in cui lo stesso linguaggio umano non può avvalersi dei concetti familiari perché l’universo conosciuto non si è ancora formato.

Laura Gennaro – La Sicilia – 26 giugno 2000

 

 

IL COLORE ROSSO DEL MARE

 

… La poesia di due maestri della letteratura del nostro secolo, Neruda e Jimenéz, unita alla profonda saggezza dei testi biblici, agli effetti scenici scarni e dilatati, alla musica lenta e misteriosa, danno vita a sei “quadri”, sei frammenti teatrali legati in un unico filo, come un viaggio corale tra tormenti sussurrati e gridati e squarci di luci. Tante anime si incontrano, sembrano cercarsi, lamentarsi, affacciarsi al mare delle sensazioni come isole vaganti e sbattute dal vento. Tutta la sala si fa scenario teatrale, con il palcoscenico abitato da una rete, quasi un bozzolo di veli e tende bianche… tra rumori di tamburi, risacche che sbattono ossessive e lievi come pensieri, un telone che ondeggia e lenzuola intrecciate che scorrono sopra gli spettatori e poi si fanno vela.

Sergio Di Giacomo – La Gazzetta del Sud – 7 marzo 19999