NUOVA PICCOLA ENCICLOPEDIA TEATRALE
A
Ad Alberto Savinio questa Nuova Piccola Enciclopedia Teatrale è dedicata.
Pur sapendo che è l’iniziale del cognome a dettare la regola della successione alfabetica, lo scrittore si prende una licenza - i poeti lo fanno, lo fanno ancora? - , perché è stata proprio quella Nuova Enciclopedia di Alberto Savinio a ispirare in parte questo scritto.
Tra i vari nomi di battesimo, Alberto scelse di chiamarsi, appunto, Alberto.
Per quanto riguarda il cognome, non avendo altra scelta, se non l’adozione del cognome della madre, si impose Savinio e non quello del padre, cioè de Chirico. Questo basti a dipingere la sua fisionomia, il carattere e la lungimiranza.
Indagando instancabilmente tra fonti e documenti, che riportano, in maniera filologicamente più o meno corretta, le varie etimologie di un nome di persona, si scopre che un’origine del nome Alberto, una delle possibili, potrebbe risiedere nella congiunzione scherzosa di “all” e “brecht”, ovvero “colui che rompe tutto” (così recita l’interpretazione). Dice niente tutto ciò? Dimentichiamo “all” e soffermiamoci per un istante su “brecht”: mi ricorda qualcosa, non so ancora esattamente cosa, ma sono sicuro che la congiunzione tra la parola “teatro” e la parola “brecht” possa fare esplodere scintille così potenti da ridare senso a tutte le operazioni di Sole e Luna, tanto care agli alchimisti di ogni epoca. E’ un vero peccato che questa non sia più un’epoca di alchimisti, non almeno di quegli alchimisti che sapevano mettere in relazione i simboli più oscuri dell’universo con la matematica, la religione, la scienza e la filosofia. E non solo.
Alberto Savinio fu un alchimista, uno degli ultimi, uno di quelli che riuscivano ancora a mutare la sostanza delle cose senza mutarne la forma.
Si conclude così la parte più complessa di questo scritto: la dedica.
Come in un buon libro, ma non necessariamente sempre buono, si deve pur sempre scrivere una dedica; lo richiede la norma, la politica, l’economia, il buon costume e la buona educazione; anche se la scrittura a tutti è dedicata e non si può impedire a questa o a quell’altra persona di impossessarsi delle parole di un libro.
Devo rileggere. Lo farò domani.
Notte. E poi ancora mattino. Mi sveglio con il proposito formulato ieri sera. Devo rileggere. Prima, però, preparo un caffé. Squilla il telefono. Il gatto reclama la sua prima colazione. Il cane anche. Gazze ladre sul tetto litigano per non so che cosa. Ordine, ordine si esige. Stabiliamo delle priorità. Vediamo un po’: telefono, gatto, cane, caffè, lettura. Le gazze possono continuare. No, non mi piace. Aspettiamo che qualcuno smetta. Il telefono si stancherà. Gatto e cane no, loro continueranno il duetto che, a tratti, traccia melodie quasi gregoriane. Pensiamo a chi non ha cibo. Poi a chi vuole parlarmi, se c’è ancora. Rimangono il caffé e infine la lettura. Le gazze nel frattempo voleranno via.
Questo dunque è l’ordine. Dalla quinta di destra, una porta socchiusa, occhi mansueti e imploranti, entra il cane. Da sinistra il gatto avanza regale, si ferma all’improvviso per afferrare col naso un filo di odore che attraversa, invisibile agli uomini, la scena. Di sottofondo una musica, o meglio un rumore, un rantolo crescente, il caffé. Può andare. Il telefono aveva già smesso.
E’ il primo spettacolo del giorno. Inizia sempre allo stesso modo, quasi. Può mancare il telefono, oppure la voce del cane precede quella del gatto, le gazze possono arrivare alla fine o svegliare con le loro liti l’intero quartiere. Il primo spettacolo. E inizia con la lettera A, anch’esso. Anamnesi. Sì, è il titolo. Niente a che vedere con la medicina, con la medicina ufficiale, troppo spesso indifferente agli ascolti e alle etimologie. Anamnesi. E’ il primo teatro, quello che ci sveglia, che mi sveglia, passaggio rituale tra il sonno e la veglia, spettacolo svaporato privo di visioni oniriche, ma abitato ancora da simboli. Cane, gatto, gazze, caffé, telefono. Non è difficile da comprendere, niente di oscuro, nessun linguaggio mistico; tuttavia, dietro i pochi elementi che si affacciano sull’orlo del nuovo giorno si cela il senso profondo della scena, l’abisso e la vertigine di ogni scelta - poiché scegliamo di avere un gatto, un cane, un telefono e una caffettiera. Le gazze non le abbiamo scelte, forse loro hanno scelto noi - , l’universo delle lingue di ogni essere vivente e di ogni cosa. Cane, gatto, gazze, caffé, telefono. Quale relazione ci lega al mondo? Quale relazione ci legherà al mondo, oggi? Quale relazione ci rigetterà nel caos o ci proietterà oltre la sua orbita? Non ci resta che ascoltare. E’ il primo passo, perché gli occhi ancora non si aprono, il letto ci trattiene ancora e ancora la mente non è pronta alla luce. Ascolto. Il cane. Bau.
Adesso rileggo. Finalmente. E mentre davanti ai miei occhi scorrono le parole, poco più in là, sempre davanti ai miei occhi, ignari però, la scena prende vita. Puntuale, come ogni mattina.
B
BRECHT.
E’ tornata! La parola, che, appena pronunciata, già cominciava a crepitare, a innescare reazioni e a provocare sconvolgimenti, subito sedati, è riapparsa sullo schermo bianco del mio computer. Evocata da chi o da cosa? Memoria volatile? Quale memoria volatile? Cos’è? E, soprattutto, dove, dopo aver volato, si posa? Proprio qui, davanti ai miei occhi? Avrei preferito stormi di aironi, il volo solitario di un nibbio, quello di un passero affamato anche, ma non questa parola. E adesso non posso ignorarla, non posso fingere di non vederla. Se chiudo gli occhi, so che essa permane, anche non scritta. So che potrebbe riapparire in qualsiasi momento, arrestando la mia scrittura e costringendomi a occuparmene. Facciamolo subito e pace! Così, anche annaspando goffamente, supereremo lo scoglio.
Per cominciare si potrebbe provare con la vivisezione. Teatrino anatomico.
B. Bisturi che incide i tessuti, un taglio netto nella carne, il sangue sgorga, si lascia ammirare per qualche minuto, per poi correre a raggrumarsi, già putrido, in un catino di rame arrugginito.
R. Ricordo. Rovistando sempre più ansiosamente tra le frattaglie, organi, arterie, cuore, anima - frattaglia anch’essa - non si riesce più a trovare, nel labirintico percorso del corpo squarciato, il benché minimo ricordo di un demone, il più misero, che possa rimettere in piedi le barricate e piantarci sopra uno straccio di bandiera.
E. Ectoplasma fluorescente. Fantasma inconsistente. Gioco di luci, ombre, trasparenze, proiezioni su schermi di cotone o di plastica. Tentativo di riesumazione, grottesca apparizione dell’essere, qualche parola appena accennata, abbozzi grammaticali per annunciare agli adepti, attraverso un’oscura grammatica, che tutto è pronto per il sacrificio.
C. Canto per. Sommesso lievitare di litanie. Santi che implorano il martirio.
H. Hot line. Fatica e tormento di drammaturgo, ansimi, respiri, affanni, sussurri.
T. Totem. E finalmente l’epilogo. Ai piedi dell’effigie cadono gli oranti, annaspano per qualche istante nel nulla che dilaga, qualche incerto passo di danza, contatti tra corpi martoriati nei laboratori sperimentali, blu cobalto, un ultimo bagliore prima della fine e poi buio.
Secondo spettacolo della giornata. Come spiegare? E cosa? Il primo, cane, gatto… aveva una forma, un non so che di conosciuto, di decifrabile, ma questo? Da dove arriva? E’ mai possibile che quella parola, che decido di non ripetere, abbia scatenato visioni e aperto abissi sull’orlo dei quali la mente scontorna i suoi limiti e si perde? Forse è bene ricominciare. Il teatrino anatomico non funziona, la dissezione, il corpo nudo, la destrutturazione, la haute couture, sì proprio quella, non hanno creato relazioni, ma solo sterili cortocircuiti, autocompiacimenti, onanismo da baraccone: prodotti buoni soltanto per un mercato dove le voci dei venditori si sovrappongono, si lacerano una contro l’altra, nel tentativo di mostrare, nell’urlo sempre più disumano, ognuno la bontà della propria merce. Non sarebbe meglio una visita a un buon mercato del pesce? Là veramente c’è del buon teatro e, quanto meno, nessun mediatore che ti suggerisca insistentemente all’orecchio cosa comprare. Venditore e acquirente. Rapporto diretto, senza ulteriori passaggi. Ma cosa c’entra tutto questo con la parola di cui sopra? Bre… Chiederei a questo punto l’intervento della C.
Tino Caspanello
MARI
Le mani sul tavolo. Ferme, in attesa. Con lo sguardo, per tre volte, fece il giro della cucina. Lentamente. Il piatto, i resti della cena, le posate, il bicchiere, la bottiglia con l’acqua, quella con il vino, il vassoio con le pesche, l’armadio, l’orologio… Per tre volte, lentamente. Poi, quando tutte le cose divennero insopportabili agli occhi, si alzò, prese il lume a gas e uscì.
Avrebbe potuto percorrere la strada anche nel buio più profondo; ne conosceva ogni pietra che veniva su dal selciato, ogni piccola curva, le buche e i rilievi che gli strati di bitume sollevavano di anno in anno; i suoi occhi, infatti, guardavano avanti, mai in basso, penetravano negli angoli più oscuri, dentro i rari gruppetti di persone raccolte a scambiare le ultime parole prima della notte. Qualche saluto appena sussurrato, un cenno con la testa, un sorriso, e poi lo sguardo puntato ancora nella cortina di nero, che stava ormai cancellando ogni traccia di colore.
Arrivò davanti alla spiaggia con il cuore in gola. Nessuna ansia, no, nemmeno paura, o preoccupazione, solo il cuore in gola.
Un leggero affanno la fermò prima che cominciasse a scendere verso il mare.
I
Un lume, l’unico punto di luce, un lume appoggiato sulla battigia, un uomo di spalle, riconoscibile tra mille, anche da lontano, riconoscibile da lontano anche in mezzo all’umanità tutta intera, schierata tutta insieme chissà per quale evento, o così, solo per gioco. Quello era il posto. Era là che doveva andare.
Un passo sulla sabbia. Il primo. Si tolse le scarpe. Ancora un passo, un altro, poi decisa, ma lieve e silenziosa, verso quel suo microcosmo illuminato.
Si fermò ancora nel buio, là dove il chiarore del lume non poteva lasciare distinguere i contorni delle cose o la fisionomia di un volto.
Si fermò alla distanza di un respiro, alle spalle dell’uomo, ora in ginocchio e chino sul mare.
- Ma chi ffai cu ‘ssi mani ‘nta ll’acqua? -
L’uomo alzò la testa, senza girarsi.
Nessuno avrebbe mai potuto rivolgergli quella domanda e con quel tono. Soltanto lei.
- Chi vvoi? -
- Chi ffai chi mani ‘nta ll’acqua? -
- Cca cumparisti? Chi ffazzu… nenti. Chi vvoi? -
- Leviti ssi man’i ‘nta ll’acqua! -
- Ma chi vvoi? -
- Nenti vogghiu. Ti stai bbagnannu tutt’a cammicia. -
Poche parole, taglienti però, affilate come lame, che non dicevano nulla e in quel non dire accusavano e ferivano.
II
L’uomo, dopo il solito, breve riposo pomeridiano, si era alzato ed era andato nella stanza accanto alla cucina per preparare gli arnesi da pesca. Un rocchetto di filo con gli ami, un secchio, un lume a gas, una borsa, nella quale raccoglieva cose che avrebbero dovuto essere gettate via, ma che là dentro resistevano al tempo, alla memoria, cose senza più un nome, qualche vecchia carta, degli stracci, una scatola di cartone. Era uscito in silenzio. Lei non c’era ed egli non l’aveva nemmeno cercata. Perché avrebbe dovuto farlo? Sarebbe andato al solito posto, a pescare, come da qualche mese a questa parte, e alla fine, stanco di non essere riuscito a catturare le prede più ambite, sarebbe ritornato a casa. Tardi. Molto tardi, a volte. In silenzio. Si sarebbe seduto al tavolo della cucina, da solo, e avrebbe consumato la cena fredda, che ormai tutte le sere lo aspettava nella pentola chiusa e coperta con cura da un panno bianco a quadri rossi.
Se ne stava seduto sulla cassetta di legno fatta con le sue mani, recuperando pezzi di legno, piccole assi di colori diversi, e assemblando tutto con cura, come se quella dovesse diventare la poltrona più comoda, il trono più ricco. Poco prima che la donna lo sorprendesse alla spalle, si era alzato, aveva abbandonato il rocchetto della lenza sulla sabbia e s’era messo a guardare il mare, oltre il mare, nel buio. Poi, quasi catturato dal rumore cadenzato delle onde, si era chinato verso l’acqua. Voleva sentirne l’odore. Voleva sentirla.
Una mano stesa.
Poi l’altra.
E insieme nel mare.
Freddo? No, non era freddo. Però dava quel brivido dell’estate che, presto o tardi, sarebbe finita, un brivido di malinconia, di cose perdute disperatamente e con esse i ricordi, gli anni, i suoni del tempo.
Una mano concava per raccogliere un po’ d’acqua, per portarsela al viso, poterla, nel buio, vedere da vicino, odorarla, e poi bagnarsi, come un sacro atto di purificazione.
Una mano concava, piena d’acqua, che accarezzava l’altro braccio e lasciava cadere le gocce a ricongiungersi con tutto il mare del mondo.
Giocava. Nient’altro. Si era messo a giocare. Non faceva altro. Non voleva fare altro. Da qualche mese a questa parte.
E lei lo aveva sorpreso, scoperto, denudato.
Tino Caspanello