MARI
di
Tino Caspanello
Premio speciale della Giuria – Premio Riccione 2003
con
Cinzia Muscolino e Tino Caspanello
costumi: Cinzia Muscolino
elaborazione del suono: Giovanni Renzo
assistente alla regia: Andrea Trimarchi
scena e regia: Tino Caspanello
“Delizioso duetto musicale in dialetto messinese, dedicato dall’autore a coloro che amano senza parole, mentre vede prolungarsi un ripetuto breve addio, sulle rive del mare, tra un marito ansioso di restare solo a pescare e la moglie che continua a rinviare il rientro in cucina, riattaccando il discorso. Anche qui vibra una voce spasmodicamente interessata al linguaggio, che tende la rete invisibile di un sortilegio amoroso a imprigionare coi ritmi della sua partitura il movimento, legando le due figurine struggenti nel notturno marino.”
La Giuria del Premio Riccione
Un uomo e una donna, il mare; una lingua, quella siciliana, che non permette di esprimere tutte le profondità di un sentire, una lingua fatta di necessità quotidiane, che possiede solo il presente, dilatato nel testo sulla linea che separa mare e terra, su questo limite mutevole che attrae l’uno e respinge l’altra. “Mari” è quasi una partitura musicale nella struttura e nel suono delle parole accompagnate dal lento ritmo di un calmo mare notturno. Quante volte in riva al mare abbiamo parlato di Dio e del mondo, o del nostro pane quotidiano. E accade che l’uomo e la donna si parlano, non lo fanno quasi mai, e si sorprendono del loro parlare e anche del loro cantare insieme a quelle materie che solo se le conosci bene ti aiutano ad amare, anche senza la necessità di dirlo. E’ proprio per scoprire di quale materia siamo fatti che l’uomo invita la compagna a toccare il mare, quell’acqua scura che fa orrore e affascina allo stesso tempo, quell’elemento che ha permesso loro di parlarsi. E quando la donna, arrivata là apparentemente per caso, comincia ad avvicinarsi all’uomo che ama e che se ne sta solo a pensare sulla spiaggia, ecco che i due sciolgono finalmente i nodi che nessuna lingua potrà mai sciogliere, in parole che nessun suono potrà mai restituirci.
“Mari” è stato pubblicato su Hystrio n. 2 2005; tradotto in francese da Bruno e Frank La Brasca, è stato presentato sotto forma di mise en éspace a Marsiglia, Lione, Tolosa e Strasburgo, per “Parole in anteprima” a cura di Antonella Amirante; “Mari” è pubblicato in Francia da Editions Espace 34; è stato presentato in lettura a Saran e Grenoble; nella sua versione francese è stato prodotto dal Teatro de l’Atelier di Parigi, con Léa Drucker e Gilles Cohen, regia di Jean Louis Benoit; lo spettacolo ha debuttato il 14 maggio 2011, con repliche fino al 18 giugno.
STAMPA
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Milena Cozzolino
26 – 02 - 2009
Un notturno marino, due
figure sfuggenti, le modulazioni di una lingua sconosciuta eppure infinitamente
musicale (il dialetto messinese), e tutta la difficoltà di esprimere i
sentimenti più profondi. Questo in 60 minuti di dialogo d'attesa vibrante e
senza senso. “Mari” è una partitura musicale a cui ci si abbandona volentieri,
una melodia saputa e lontana, oscura come il mare di notte.
Ci sono soglie precluse alla parola razionale, non perchè non sia in grado di
tenervi dietro, ma perchè l'animo a volte non sopporta il peso della profondità.
Un uomo e una donna in riva al mare di Sicilia ci parlano di questa difficoltà,
senza mai fare cenno alle loro emozioni, senza mai dirsi ti amo, mettono in
scena la volontà di non separarsi, anche solo per poco. Lei deve rientrare in
casa e lui restare lì a pescare, ma il rinvio di lei sulla soglia rende questa
separazione ancor più difficile. Così nel buio della notte questa donna
innamorata ritrova il suo compagno, e la vita passata insieme sembra di colpo
illuminata da una gioia lungamente nascosta.
Nella sgangherata cornice del teatro Tintadirosso (ex Riot), va in scena (dal
19/02 al 22/02 2009) il testo vincitore del premio Riccione 2003. Ad
accompagnare la recitazione essenziale e sommessa di Tino Caspanello (anche
autore e regista del testo) e Cinzia Muscolino solo pochi oggetti, riconducibili
al mondo marinaresco, su uno sfondo nero e un telo scuro approntato sul
boccascena. É lì che inizia il mare ed è lì che si disegna il limite
invalicabile di un amore vissuto nella segretezza più assoluta, come se nessuno
dovesse sapere che una moglie e un marito possono amarsi per sempre. Un pudore
vissuto soprattutto con se stessi, la volontà di tenere questa gioia pura a
distanza, ma sempre ad un passo.
Le parole del testo tessono una rete incredibilmente avvincente. E se il canto
della donna fa scappare via tutti i pesci, e per questo suo marito la
rimprovera, il pubblico resta invece irretito, ipnotizzato dalla forza poetica,
dalla capacità di queste parole/note di cantare l'amore.
A volte anche la poesia non riesce a dire, solo i gesti come pratica d'abitudine
e di vita restituiscono brandelli dell'interiorità celata anche a se stessi. La
messa in scena si fonda tutta sulla ricerca di movimenti essenziali eppure
capaci di creare un'atmosfera intima, che ci conduce sì in prossimità della
coppia duettante, ma allo stesso tempo ci chiude fuori dalla loro vita
coniugale, rendendoci guardoni notturni della loro esistenza privata. Così le
banali discussioni: la cena che si fredda, il ronfo, la chiave che non si trova
mai, il freddo di notte; tutto si costruisce sulla scena in un gioco
drammaturgico scarno eppure vivido e reale. Come in tutte le coppie anche in
questa ognuno vuole avere l'ultima parola. Le discussioni si protraggono senza
fine, ma in fondo è questo ciò che permette ai due protagonisti di restare in
riva al mare per tutta la notte, insieme. Ed è questo che unisce gli uomini in
un vincolo inscindibile: l'abitudine come pratica d'amore e di vita.
Il mare, antropologicamente simbolo della nostalgia amorosa, diviene qui la
chiave della vicenda; bagnare le mani in queste acque immaginarie apre la coppia
ad una condizione di rinnovamento. È un rito che rinnova il sentimento e lo
salva. Protagonista è però anche l'oscurità, in cui i gesti si confondono e i
corpi si affastellano, fino a fondersi con questa materia sfuggente e
apparentemente pericolosa: il mare di notte. Fa paura avvicinarsi, di notte, al
mare. Quando non se ne scorge l'inizio e la fine, esso sembra spalancare le
fauci dei suoi abissi brulicanti di vortici sconosciuti. Ed è questa stessa
paura a tenere lontana la coppia dalla profondità del loro sentire.
Anomico, creativo e insieme distruttivo: l'impeto del desiderio nella sua
singolarità imprevedibile e indeterminata, risulta, in quanto tale, allergico al
tessuto di valori comuni, refrattario a ogni ordine condiviso. La forza
magmatica e primigenia della passione, che permea di sé la vita umana, è in
fondo contraria alla dimensione comune propria dell'amore. Questo spettacolo ci
insegna, con grazia e buona misura, a rinunciare a ciò che nessun possesso
realizza, nessun godimento appaga, nessun piacere estingue. Il desiderio, con le
sue pretese narcisistiche, ci conduce in bilico sull'abisso, sull'orlo
dell'autodistruzione. Rinunciare agli amori strillati e ascoltare la voce
sottile che viene da sé e da chi ci sta accanto per sempre: rinunciando a
possederla e continuando ad amarla…
Hystrio n. 4 - 2004
“Duetto in riva al mare”
Emanuela Garampelli
“Delizioso duetto musicale in dialetto messinese, dedicato dall’autore a coloro che amano senza parole”, come recita la motivazione del Premio Speciale della Giuria a Riccione Teatro 2003, Mari è piccola cosa preziosa anche in scena, allestita dallo stesso Tino Caspanello che dirige la Compagnia Teatrale Pubblico Incanto. Il duetto di Mari è quello tra un marito e una moglie, di notte in riva al mare. Il buio, una cassetta di legno, un lume, un secchio, il costante rumore delle onde, fanno da scenario a un incontro che l’uomo non cerca. È intento a pescare, immerso in una solitudine gelosamente custodita, pausa di quiete e pensieri in libertà. La donna lo raggiunge per richiamarlo a casa, alla cena, al caldo, all’amore, gelosa a sua volta di quell’isolamento: compare nell’ombra con le scarpe in mano e sebbene continuamente dica “vado”, non se ne va più. È Cinzia Muscolino, che in scena a fianco di Tino Caspanello è un’antica, forte e delicata donna del mare che irretisce il suo uomo in una rete di frasi e parole d’uso quotidiano, gonfie di sentimento più di un’esplicita dichiarazione amorosa. E questo loro dialogo per frammenti domestici, diventa canto e musica in lingua siciliana, le parole cantilenano come lo sciabordio delle onde, i gesti e movimenti minimi dei due attori lasciano crescere e gustare ogni pausa e sfumatura. Infine il cerchio di solitudine reciproca si spezza. Lei scopre che lui la osserva e conosce più di quanto immagini, l’uomo la fa partecipe del segreto del mare. Non solo il testo, ma anche la sensibile regia di Mari riesce a mettere in luce l’impercettibile, e a rendere il non detto indispensabile quanto gli intervalli tra le note. L’auspicio alla compagnia, continuare in questa preziosa ricerca del linguaggio delle piccole cose, e varcare più spesso il mare.
Hystrio n. 1 – 2008
Andrea Porcheddu
Da quel laboratorio permanente che è la scena off siciliana, emergono altri nomi interessanti. cominciare da Tino Caspanello che, accompagnato in scena da un’intensa Cinzia Muscolino (entrambi della Compagnia Teatrale Pubblico incanto di Pagliara, poco lontano da Messina) raccontano una storia dolce e semplice in MARI. E’ il rumore della risacca a introdurre il protagonista e a guidare il pubblico: un gioco di piccole domande da cui nascono i quesiti più importanti, un “semplice” discorso da cui ci si avventura in considerazioni sull’esistenza. L’amore, la noia, l’abitudine, la timidezza, la tenerezza, il senso di solitudine emergono – solo per accenni, sussurri – da un testo intrigante, già vincitore del Premio Riccione Bignami Quondamatteo 2003, che segnala Caspanello, recentemente alla prese con il nuovo lavoro ‘Nta ll’aria, come una delle voci più interessanti della nuova drammaturgia.
Sipario
Novembre 2005
Il ritorno della Primavera (da Primavera dei Teatri – Castrovillari)
Claudio Facchinelli
Una trama delicata, quasi impalpabile, modulata sul rumore del frangersi delle onde e su gesti minimi caratterizza Mari, del siciliano Tino Caspanello, un lavoro materiato di sentimenti pudichi, inespressi, che trovano nelle parole solo echi sommessi. Eppure, una volta accettata la logica di questo registro, percorso con rigore e coerenza, si entra senza difficoltà in un mondo di affetti sommersi, nella dinamica di un rapporto coniugale ove si confrontano, quasi in silenzio, due solitudini, e che diviene paradigma di una situazione esistenziale diffusa sotto ogni latitudine.
"Il giornale del festival" Santarcangelo dei Teatri 2004
4 luglio 2004
Convince "Mari" della Compagnia Pubblico Incanto
Frammenti di un discorso amoroso in dialetto
Annalisa Sacchi
L’uomo è di schiena, seduto su una cassetta di legno. Un secchio e una lampada di fianco. Rumore di risacca. L’uomo si volta, trattiene un filo di nylon teso per pescare, piantato nella platea. Il confine tra il pelago e la riva è segnato dalla linea del proscenio. La donna emerge dal buio dello sfondo, è notte e vuole riportare il marito a casa, vuole che ceni con lei. Sono Tino Caspanello e Cinzia Muscolino, della Compagnia Teatrale Pubblico Incanto, in scena fino a stasera al teatro Petrella di Longiano con Mari. Lui è ruvido, vuole rimanere solo. Le parole sono spezzate da lunghi silenzi, che nel testo di Caspanello, vincitore del Premio Riccione della giuria, erano indicate dall’autore in forma di vuoti tra parentesi. Luoghi di sottrazione linguistica, in scena sono apnee che restituiscono l’essenziale di una forma di emarginazione dall’altro. La parola sembra zavorrare i personaggi, il suo punto di caduta è sempre esterno alla comprensione dell’altro, congela ogni slancio. Caspanello dichiara di voler “far passare le cose in cui si crede senza nominarle, perché nell’atto di nominarle vengono meno”. La trama, dunque, è ricamata principalmente sulla filiera prossemica, gesti abortiti per paura o pudore, che sembrano tradurre in scena un’eco sghemba e delicata di certi scambi tra Keaton e la Masina. Il confine del corpo dell’altro è solo lambito, le mani si fermano un attimo prima di incontrarlo. Due esistenze piccole piccole, proiettate sul mistero di un mare notturno che non riescono a vedere, e che per questo diventa un pretesto quando bisogna trovare qualcosa di cui parlare. L’acqua si fa sinapsi capace di mettere in relazione i corpi, quando lui invita la donna a esplorarne la superficie. C’è un gesto di intimità quasi erotica in queste mani che guidano altre mani alla scoperta, e lei che si schermisce ritraendosi imbarazzata. La partitura lirica è scandita dall’ “allora iò vaiu” con cui la moglie fa per accomiatarsi, e dai pretesti che continua a rincorrere pur di rimanere accanto all’uomo, Sheherazade afasica le cui storie non interessano più il sultano. Nell’uomo si manifesta più chiara la scissura tra un’esistenza intima, un canto interiore appena sussurrato, e una figura come intagliata nel legno. Il progredire dei rapporti tra i due coincide allora con le reazioni di lui, col suo progressivo stemperare l’insofferenza verso la compagna, giungendo a trattenerla nei momenti finali. Anche la condivisione dello spazio è sofferta, lui rincasa sempre che lei già dorme, dividono il letto come estranei. È lei a incrinare per prima l’artrosi del rapporto, gli confida che, a volte, lo aspetta sveglia, lo ho ascoltato agitarsi nel sonno, persino parlare. E in questo
parlare, una volta, invocare distintamente il nome di lei. Quando lui dorme, lei riesce a toccarlo, quando lei non lo vede, lui la ascolta cantare. Devono incontrarsi fuori dal discorso, fuori da una quotidianità meccanica che li fa estranei. Basta una trasgressione, e di nuovo le mani si intrecciano a pelo d’acqua.
Drammaturgie
su www.dramma.it
settembre 2004
Mari, un dramma marino
Tiziano Fratus
Al Festival Tramedautore di Milano è arrivata una delle sorprese della nuova drammaturgia italiana dell’ultimo anno: Mari, scritto dall’autore siciliano Tino Caspanello, premiato all’ultima edizione del Premio Riccione Teatro e già ospite al Festival di Santarcangelo. Seppur in una messa in scena a leggìo, come richiede la politica del festival milanese, l’intesa straordinaria che lega i due personaggi, e dietro le maschere, i due interpreti – lo stesso autore e regista e la moglie, una brava Cinzia Muscolino – ha incantato il pubblico accorso alla serata conclusiva presso il Teatro Arsenale. In queste stagioni di guerra e di emergenza umanitaria il teatro politico, o per meglio dire, un teatro che si faccia esplicitamente politico, appare l’unica possibilità; Mari dimostra, al contrario, che è possibile scrivere e portare in scena storie piccolissime, quasi assenti, in cui due innamorati si parlano di poco, si interrogano per sottrazioni, spostamenti laterali, scavando nella conoscenza reciproca, fatta come è nelle modalità autorali siciliane dell’ultima generazione, si pensi al teatro degli affetti di Spiro Scimone o a Carnezzeria di Emma Dante, di intervalli di dialogo, dove i personaggi non parlano dell’universo, non si confrontano con i temi della cronaca ma ci parlano semplicemente di se stessi, consentono di fare breccia nell’intimità, nei silenzi, nelle paure quasi stupide. Il dialetto di
questo testo, a detta degli interpreti, appartiene a due paesi che distano pochi chilometri sulla costa messinese, ma per noi settentrionali poco importa: le sonorità inconfondibili del siciliano consolidano la forza di ogni parola proferita in scena, e convincono, una volta in più, del momento meraviglioso della scrittura isolana. E’ sera, l’uomo sta tentando di pescare; la moglie lo raggiunge. Gli fa compagnia, più volte dice di andare ma poi resta. E tutto si consuma in poche frasi, quotidiane, immediate; l’uomo, silenzioso, vorrebbe restare solo, per indole, mentre la donna lo vorrebbe tutto per sé, sempre insieme, a casa, la sera soprattutto, quando è buio, e lei si spaventa, anche se riesce a confessarlo soltanto alla fine. E non c’è molto altro da dire. Un po’ come per i testi di Jon Fosse, per certi Pinter, in scena veramente accade poco, ma quanto resta negli occhi e nella mente di questa fragile semplicità!
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Voci fuori campo da Santarcangelo
Agnese Doria
Compagnia Pubblico Incanto, Mari: bellissima scoperta, fortunata promessa, la compagnia pubblico incanto, esce per la prima volta dalla Sicilia, per presentare un testo in messinese che denuncia con grande poesia e sospensione l'incapacità del dialetto di parlare d'amore. Non esistono termini per dire 'amo', non esistono termini fisici, dalla prossemica definita, per conferire l'idea di affetto. Tutto avviene in una distanza struggente e si conclude con il gesto più profondo e piccolo che il teatro di questi tempi dovrebbe riscoprire. Spettacolo spoglio, nudo, scorticato e povero, dalla grandezza, profondità e onestà indicibili. Bravi davvero!
La Sicilia on line
02 gennaio 2004 MESSINA Pagina 56
Suggestioni «nostrane»
Donatella Molino
Pagliara. Il mare, un uomo ed una donna. Apparente stasi in un dinamismo di emozioni e sensazioni struggenti fra due corpi, fra due anime legate dalla rete magica delle onde. Un «gioco a due» in cui il suono lontano e segreto del dialetto tesse la trama principale del non detto. «Mari» di Tino Caspanello, opera teatrale interpretata dallo stesso autore e splendidamente da Cinzia Muscolino (compagna anche nella vita), è l'essenza di un incontro, di un contatto prolungato, infinito e compiuto in uno sfondo notturno. Lei raggiunge lui in riva al mare. Il marito, ansioso di restare da solo sta pescando; la moglie, ansiosa di lui continua a rinviare il suo rientro a casa in un rincorrersi di domande e risposte. Ma è in quella linea d'ombra, il mare, appunto «Mari», che avviene il contatto ed il nodo si scioglie. Lui prendendo le mani di lei, la invita a toccare l'acqua che fino a quel momento le incuteva paura e anche fascino. Il mare, «traslatio» di un amore. Ma, «Mari» è essenza e forma, anche linguistica, di un testo originale, dalla forte tessitura espressiva, che «imprigiona» lo spettatore in una lunga attesa, sospesa nel tempo e nello spazio. «Mari» è uno «scrigno» teatrale apparentemente legato alla nostra terra per il mezzo, il dialetto, che da un uso quotidiano, necessario si scioglie in una lingua che si ferma sulla soglia di una storia, di un amore che non ha più bisogno di parole per comunicare. Lo stesso autore ha voluto dedicare il suo lavoro a «coloro che amano senza parole» e così lo presenta: «Quante volte, proprio in riva al mare, abbiamo parlato e sognato di Dio e del mondo, o più semplicemente del nostro pane quotidiano. Accade che i due si parlano e non lo fanno quasi mai in altri luoghi, e si sorprendono del loro parlare e anche del loro cantare insieme a quelle materie che solo se le conosci bene, ti aiutano ad amare, anche senza la necessità di dirlo». «Mari» è gioiello teatrale che, non a caso, ha riscosso grande successo e ha ottenuto, nell'ottobre scorso, il premio speciale della giuria intitolato a Paolo Bignami e Gianni Quondamatteo alla 47ª edizione del premio «Riccione per il teatro». Il riconoscimento è stato attribuito a Tino Caspanello da una giuria di altissimo livello, presieduta dal critico Franco Quadri e composta da: Roberto Andò, Sergio Colomba, Elena De angeli, Luca Doninelli, Edoardo Erba, Mario Fortunato, Maria Grazia Gregori, Renata Molinari, Giorgio Pressburger, Luca Ronconi, Renzo Tian. Come suggello al premio, la giuria si è espressa così: «Delizioso duetto musicale in dialetto messinese, dedicato dall'autore a coloro che amano senza parole», mentre vede prolungarsi un ripetuto breve addio, sulle rive del mare, tra un marito ansioso di restate solo a pescare e la moglie che continua a rinviare il rientro in cucina, riattaccando il discorso. Anche qui vibra una voce spasmodicamente interessata al linguaggio, che tende la rete invisibile di un sortilegio amoroso a imprigionare con i ritmi della sua partitura il movimento, legando le due figurine struggenti nel notturno marino». Rapiti dall'essenzialità e dalla bellezza di «Mari» (prodotta dall'associazione «Solaris - Compagnia teatrale pubblico incanto» con l'aiuto alla regia di Andrea Trimarchi), molti spettatori hanno affollato nelle fredde serate di dicembre il piccolo teatro «La lanterna rossa» di Pagliara, altra grande scommessa di Caspanello, di Cinzia Muscolino e di tanti altri amici. Questo minuscolo teatro in tutti questi anni è stato lo scenario dell'attività febbrile e originale, unica in tutta la riviera ionica, di questo speciale ed eclettico artista, scenografo, regista e drammaturgo, che continua instancabilmente ed insistentemente ad amare la sua terra.
Il Gazzettino
Udine
6 dicembre 2004
“L’acqua del mare battezza l’amore”
Rosi Fasiolo
Accompagnati dal rumore lento e lieve dello sciabordio delle onde, gli spettatori entrano in sala. Sul palcoscenico un uomo seduto su una cassetta di legno, la lenza tesa tra le mani, guarda assorto il mare che gli sta di fronte, a fianco ha un lume che rischiara debolmente il buio della notte. “Ma chi ffai cu sti mani ‘nta ll’acqua?” e dal nero dello sfondo appare una donna; gli si avvicina stringendosi dentro una maglietta di lana, al collo un fazzoletto annodato. Tino Caspanello è l’autore di “Mari”, questo “delizioso duetto musicale in dialetto messinese” così descritto dalla giuria che gli ha conferito il premio Riccione Teatro. Ne è anche l’interprete assieme a Cinzia Muscolino.
Un uomo e una donna si incontrano in riva al mare, si parlano ma le loro frasi sono brevi, asciutte, le parole del quotidiano vivere nascondono i sentimenti che li legano, le emozioni, i desideri che ognuno di loro sente per l’altro. I loro corpi si sfiorano impercettibilmente, non si toccano, c’è una sorta di pudore, quasi di timore per l’inviolabile riservatezza altrui. Ciò nonostante c’è una forte tensione tra i personaggi rafforzata dalle lunghe pause del dialogo, dagli andirivieni di lei che dice ti tornarsene a casa per poi inventarsi una scusa qualsiasi e restare ancora un po’ lì, in compagnia del suo uomo. Lui è inizialmente scontroso, quasi infastidito, vuole starsene solo a pensare e a guardare il mare. Sarà lei, con le sue domande, con le sue piccole confessioni, con un delicato accenno a un antico canto di corte siciliano che riuscirà a infrangere quel sottile ma pervicace velo che li tiene distanti. E la mano di lui prenderà quella della sua compagna per toccare l’acqua calda e scura del mare in un battesimo di anima e corpo.
Centonove
17 dicembre 2004
Mari che incantano
Paolo Randazzo
Mari di Tino Caspanello (testo e regia) e Cinzia Muscolino, è uno spettacolo che sorprende: sorprende per la sua disarmante semplicità, la poesia, la leggerezza. Non sorprende invece che nel 2003 abbia ricevuto (ennesimo spettacolo siciliano) il prestigioso Premio Riccione. Lo abbiamo visto sabato scorso a Caltagirone, nel contesto della rassegna Panorami della contemporaneità di Nave Argo.
Una coppia scopre in riva al mare, in una fresca notte d’estate, le ragioni per stare insieme: le scopre senza nominarle, senza raddolcirle, senza averne abbastanza di parole per dirle. Il mare è quello di fronte alla Sicilia, il mare è il limite che comprende inesorabilmente la vita e la storia di ciascuno. La lingua che i due parlano è un dialetto siciliano (la parlata della provincia messinese). Una lingua antica ed essenziale che si fa poesia e della poesia assume ritmi e musicalità, intensità e potenza senza quasi assorbirne la tradizione: senza che una tradizione letteraria o teatrale faccia sentire peso e stanchezza nelle parole povere che i due si scambiano. Quell’uomo e quella donna, a poco a poco nel corso della pièce, scontrosamente lui, con tenera insistenza lei, si mettono a nudo: dimettono il pudore dei loro pensieri, aprono i loro sguardi, svelano ciò che la loro lingua, ch’è fatta di cose, di fatica, di lavoro, non di astrazioni, non riesce ad esprimere. Si capiscono davvero, capiscono ciò che davvero li lega indissolubilmente e il pubblico in sala capisce e sembra emozionarsi con loro. Uno spettacolo ingenuo? Nient’affatto. Uno spettacolo leggero e coltissimo insieme, con quell’equilibrio che solo può garantire emozione: non c’è alcun compiacimento artistico ma c’è la sostanza delle cose che accadono da sole, ch’è tipica della migliore letteratura moderna siciliana (Verga su tutto, e di questi tempi non è poco) e ci sono il senso dell’attesa e lo stupore del silenzio che sono tipici del migliore teatro novecentesco. D’altronde Pubblico Incanto, questa compagnia che ha base a Pagliara (un paesino del messinese di duemila anime), è più di dieci anni che fa teatro professionistico in un piccolo spazio autogestito e per raggiungere certi risultati il mestiere non è affatto un optional. Il mare che risuona con ritmo lento e continuo garantisce l’assoluto di ciò che accade in scena. Nient’altro, per fortuna. Dal 21 al 23 gennaio Mari si potrà vedere al teatrino Majazé di Catania.
Il botteghino on line
25 Gennaio 2005
"MARI", UN DELICATO QUADRO DI CHI AMA SENZA PAROLE
Consensi anche a Catania, nella Sala Majazè, per la pièce di Tino Caspanello
Maurizio Giordano
Quando con due soli attori in scena, un tema delicato e semplice, una essenziale scenografia, la suggestione del silenzio, del non detto o solo pensato, una regia efficace, si confeziona una pièce coinvolgente, dove il linguaggio dei due protagonisti (in questo caso il dialetto messinese) è parte integrante o predominante dell'intero lavoro. Ecco in sintesi lo spettacolo immediato, estremamente delicato, "Mari" dell'attore ed autore messinese Tino Caspanello che, dopo i successi ottenuti in tutta Italia (tutt'ora è in tour) ed il Premio Riccione Teatro 2003 (Premio Speciale Giuria Bignami Quondamatteo), è approdato con la sua Compagnia Pubblico Incanto anche alla Sala Majazè di Catania, nell'ambito della rassegna della compagnia "Statale 114". Protagoniste due piccole figure, un uomo e una donna, marito e moglie, in riva al mare, un mare del quale si sente solo il suo affascinante, misterioso, rumore. Lui, in silenzio, seduto, con la sua lenza, cerca di pescare qualche pesce. All'improvviso, dal buio, appare lei, una piccola figura che con la scusa di volerlo riportare a casa, vuole condividere il suo modo di essere, vuole sentire la sua voce. La piccola donna effettua un continuo gioco di saluto e di ritorno dal marito, che dice di voler restare solo, ma in realtà vuole rimanere in riva al mare con lei. Tra le due delicate figure, che si esprimono in una pregnante lingua messinese, emerge la loro unione, il loro amore fatto dei silenzi dell'uomo, dei desideri della donna di sentirlo parlare, di dividere con lui ogni momento, anche quello quando, in riva al mare, ascolta l'incantevole rumore dell'acqua. Ed è proprio il continuo rumore del mare che pare avallare il forte sentimento di chi - come dice l'autore- ama senza parole ed al quale dedica questo vero e proprio "duetto musicale". Spettacolo d'effetto, estremamente delicato, che ci riconcilia con noi stessi, con quello che sentiamo e che non pronunciamo e che ci avvicina a quelle sensazioni che oggi, i rumori quotidiani, i clacson, lo schiamazzo della gente, non ci fanno più ritrovare. Applauditi lungamente, a fine spettacolo, i due protagonisti, Tino Caspanello e Cinzia Muscolino.
Teatro del Giglio - Sottotesto
In riva al mare: finalmente un bello spettacolo.
Federica Bedini
Il sipario si apre e ci mostra un uomo, solo, intento a pescare. La scenografia è essenziale: un secchio, una sorta di canna da pesca e un panchetto. In sotto fondo: il mare. L'oceano mare che incessante si farà sentire per tutto lo spettacolo diventando esso stesso protagonista. Improvvisamente, la solitudine dell'uomo è interrotta dall'arrivo della moglie: lei è sola in casa, e vorrebbe compagnia. Il dialogo tra i due -che si svolge in un siciliano comprensibilissimo- ricalca le dinamiche di una partita di scherma, tra continui attacchi e difese: lei vorrebbe restare con lui -ed ogni pretesto è buono per tornare- mentre lui vorrebbe apparentemente rimanere da solo, anche se il suo personaggio si scioglierà dolcemente verso la fine quando la pregherà di rimanere a fargli compagnia. E attraverso le loro parole, si scoprono meccanismi e strategie che si celano dietro la vita di coppia: lei lo aspetta sempre sveglia, anche se finge continuamente di dormire; mentre lui l'ha sempre sentita cantare, anche se non l'ha mai ammesso, e le rivela che "io ti chiamo sempre, anche quando non lo faccio". Senza dirsi mai esplicitamente "ti amo" o "ti voglio bene", tutto il mondo di sentimenti che c'è fra loro esplode nel semplice gesto finale di prendersi mano nella mano per toccare l'inizio del mare. E gli applausi scrosciano naturali.
Il Manifesto
12 giugno 2005
PRIMAVERA DEI TEATRI
Sesta edizione, il festival è risorto
Maria Teresa Surianello
Nel Protoconvento francescano, dove
i padroni di casa hanno riproposto Kitsch
Hamlet, dal 6 giugno sono arrivati, tra gli
altri, Ascanio Celestini, Motus, Emma Dante e gli Artefatti, accanto alle
inquietanti Storie di scorie
di Ulderico Pesce cui ha fatto da contraltare la delicatezza di Tino Caspanello
che nel duetto in messinese, Mari,
ha regalato una partitura davvero d'incanto.
Il Giornale di Vicenza
26 giugno 2005
Teatri in movimento
Uomini e mare tra Venezia e Sicilia
Due storie fascinose
Elena Castellan
Dal paesaggio lagunare veneto si vola a quello mediterraneo della Sicilia, con Mari firmata da Tino Caspanello, che insieme a Cinzia Muscolino ne ha fornito l’interpretazione teatrale. Si tratta di una produzione della Compagnia Pubblico Incanto vincitrice del Premio speciale della Giuria Riccione 2003. Immersi in un notturno marino calmo e solitario, un uomo e una donna, incarnazioni toccanti di due semplici isolani, sono coinvolti in un dialogo stentato che mette a nudo il profondo amore reciproco. La parlata siciliana si fa complice assoluta di questo crescendo emozionale, dove la scontata quotidianità lascia spazio a discorsi più intimi fino alla riflessione sull’insufficienza della parola per esprimere i pensieri e i sentimenti umani.
Il Quotidiano della Calabria
18 gennaio 2006
I “MARI” DELLA RIFLESSIONE
Protagonisti Tino Caspanello e Cinzia Muscolino
Giusy Ciprioti
Il rumore di risacca introduce il protagonista e guida il pubblico. Il ‘suono’ delle onde infonde un senso di serenità ed induce alla riflessione. Un uomo, il mare di notte, una solitudine fatta d’immensità. Emblematico l’inizio di “Mari”, pièce di e con Tino Caspanello, che accompagnato in scena da un’intensa Cinzia Muscolino (entrambi della “Compagnia Teatrale Pubblico Incanto”) ha dato vita ad un nuovo appuntamento inserito nel cartellone teatrale dell’associazione reggina “SpazioTeatro”, guidata da Gaetano Tramontana.
Pochi istanti ancora, e l’interprete, intento a pescare, in solitudine con i suoi pensieri ‘silenziosi’ e alla luce delle stelle, viene raggiunto da una donna: è la ‘sua’ donna, scesa in spiaggia con la, solo apparentemente banale, scusa della cena. La riva del mare, a questo punto, diviene uno spazio quasi ‘incontaminato’, estraneo alle abitudini del giorno, scenografia ideale per un dialogo fatto di quotidiano, un duetto in dialetto messinese, essenziale e puro. Il susseguirsi di battute che raccontano della vita di coppia, della coppia in cui, come è normale, si ritrovano due esseri umani inevitabilmente diversi, diviene la forza della performance. Ed è dalle piccole domande che poi nascono i quesiti più importanti, ed è da un ‘semplice’ discorso che ci si può poi avventurare in considerazioni sull’esistenza. Riflessioni che, inevitabilmente, divengono di ispirazione universale, coinvolgono tutti proprio per la loro disarmante ed ‘ordinaria’ semplicità . I rapporti umani, dunque, caratterizzati da quei sentimenti che li ‘partoriscono’ e che condizionano, poi, i modi di comunicare e ‘comunicarsi’. L’amore, la noia, l’abitudine, la timidezza, la tenerezza, il senso di solitudine che emergono (a volte solo accennati, a volte più marcati) dal testo, rappresentano sfumature delineanti una relazione, le quali, vissute in modo diverso e a seconda delle proprie inclinazioni, mettono in evidenza le inevitabili differenze caratteriali e di visione della vita, ma consentono, nello stesso tempo, di venirsi incontro.
Così i silenzi, le attese, gli sguardi, un tocco di ironia sottile, più del dialogo, allora, permettono la scoperta di ciò che spesso non si riesce a vedere nell’altro, valicano il confine di quella che troppo spesso viene generalizzata come ‘incomunicabilità’ e mai realmente affrontata. Un testo anche musicale, romantico e sensuale, sottolineato dalla gestualità dei due protagonisti, che l’autore, non a caso, ha dedicato a tutti “coloro che amano senza parole”.
La Gazzetta del Sud
28 aprile 2006
Coinvolgente “Mari”
Matteo Pappalardo
Si è rivelata coinvolgente e di notevole interesse “Mari”, la piéce di Tino Caspanello (che ne firma anche le scene e la regia), andata in scena alla Sala Laudamo per il variegato cartellone di “Universi Teatrali 2006”.
Incuriosisce ed emoziona questo “delizioso duetto musicale in dialetto messinese” (così lo ha definito la Giuria del Premio Riccione per il Teatro, premiandolo nel 2003), in cui un uomo e una donna, in un suggestivo “notturno marino” , si dicono – o, almeno, provano a dirsi – sensazioni e sentimenti che, forse, non si sono mai confessati.
Ed è un’apertura sofferta, e mai ammessa a loro stessi (né accettata fino in fondo), quella alla quale si lasciano andare in una tranquilla sera d’estate, raccontandosi come forse mai avevano pensato di fare.
A fare quasi da accompagnamento, a questa che può essere considerata una delicata “partitura musicale” (come suggerisce l’autore nelle poche, illuminanti righe di presentazione dell’opera), c’è lo sciabordio del mare, il terzo personaggio (presente, eccome), oltre ai due protagonisti, resi con efficacia dallo stesso Caspanello e da Cinzia Muscolino.
Parla al cuore di un pubblico sensibile ed attento (come quello accorso alla Sala Laudamo, durante le applaudite repliche in riva allo stretto), “Mari”, con il suo ritmo compassato, proprio di una dimensione quasi favolistica, (volutamente) ingenua e primordiale insieme; e anche attraverso i silenzi – e ce ne sono, ma perfettamente incastonati e mai fuori luogo dei protagonisti, che provano a guardarsi dentro.
Con semplicità e senza ipocrisia né perbenismo di sorta.
Sono davvero bravi – ed affiatati – Caspanello e la Muscolino, capaci di tenere le fila di una trama scritta sulla sabbia.
Là dove muore l’onda
La scrittura di Tino Caspanello tra l’addio e il naufragio
di Dario Tomasello
pubblicato su Inscena – n. 8, 2006
Tino Caspanello rappresenta, con il paziente lavorìo di una scrittura a lungo meditata, una delle poche esperienze drammaturgiche veramente importanti e degne di rilievo nel panorama italiano degli ultimi anni. Il suo impegno con la compagnia Pubblico Incanto dura ormai da più di un decennio e, a partire dalla realtà di Pagliara un piccolo borgo del versante ionico della provincia messinese, comincia a dare ora esiti notevoli dell’onestà e del coraggio intellettuale del suo artefice.
Le due settimane recentemente trascorse a Milano, nel rinnovato spazio del Teatro i (dal 21 novembre al 3 dicembre) con gli spettacoli Mari e Rosa ed il successo che ne è conseguito, confermano l’efficacia della strategia dell’autore messinese.
Mari, vincitore del Premio Speciale della Giuria a Riccione Teatro 2003 e pubblicato su “Hystrio” (n. 2, 2005), si muove lungo l’effusa cadenza del sogno, accarezzato da un lembo di acqua salata capace di bruciare le ferite di un dialetto peloritano aperto all’ambiguità di nuovi oltraggi, di un’incomunicabilità che la parola fatica a sommergere nei suoi gorghi.
La scrittura di Caspanello sceglie con abilità le zone d’ombra della lingua, “di-verte” continuamente in una tensione centrifuga che allude all’incapacità dei due protagonisti (semplicemente e brutalmente l’uomo e la donna, interpretati dallo stesso Tino Caspanello e da Cinzia Muscolino) di assumersi la responsabilità del discorso in quanto agente, portatore di azione sulla scena. Dunque, l’uomo e la donna abitano una stasi, una zona di confine, un limite che la sintassi, sempre interrotta e franta degli interrogativi, impedisce loro di varcare:
La donna Ma chi ffai cu ssi mani ‘nta l’acqua?
L’uomo Chi vvoi?
La donna Chi ffai chi mani ‘nta ll’acqua?
L’uomo Cca cumparisti? Chi fazzu… nenti. Chi vvoi?
La donna Leviti ssi man’i ‘ntall’acqua!
L’uomo Ma chi vvoi?
La donna Nenti vogghiu. Ti stai bagnannu tutt’a cammicia.
L’uomo Picchì vinisti?
La donna Mi truvava a passari…
L’uomo E chi vvoi?
La donna Nenti ti dicu, uora mi nni vaiu, ma tu non ti bbagnari.
L’uomo Non mi bbagnu, no.
La donna Avanti, mi nni vaiu…
L’uomo E vvattinni, va’, chi scurau.
Il gioco del congedo, simula sì la «partitura musicale», come annuncia Caspanello nella Nota al testo, ma crudelmente sottintende un fondo oscuro («Non c’è a luna stasira. ( ) C’è nu scuru!»), la possibilità tenebrosa di un incontro, oltre ogni possibile incredulità:
La donna Matri bedda ch’è bellu! U sai, però, a mmia u mari, di notti, mmi fa scantari.
L’uomo E picchì?
La donna E cchi nni sacciu! N’o vidu, forsi picchì n’o vidu. Non sacciu unni ccumincia.
L’uomo Cca, talia, u vidi?
La donna No.
L’uomo Damm’a manu.
La donna Chi voi fari?
L’uomo T’u vogghiu fari tuccari.
La donna No, chi voi fari?
L’uomo Tu dammi a manu.
La donna Mmi bagnu!
L’uomo E bbounu, poi t’a stui a manu.
Le loro mani nell’acqua.
L’uomo U senti?
La donna Sì.
L’uomo Movi a manu ‘nta ll’acqua.
La donna Comu?
L’uomo Così.
La donna Matri bedda! U sai chi non ll’avia mai tuccatu u mari di notti! L’acqua non è fridda.
L’uomo No, ti poi fari puru u bagnu si vvoi.
La donna Ma chi dici? Uora, u bagnu di notti! Iò appena appena m’u fazzu di iornu! Va bonu va’, ora mi nni vaiu.
L’uomo Ciau.
La donna Ciau.
È un frastagliarsi di stupefazioni e paure, preso e rilanciato da una dialettica spaesata che moltiplica a ondate lo smarrimento delle singole voci. Il ritmo narrativo vacilla di fronte a rifrangenze continue, gravitando il contenuto intorno a un asse rigidamente regolato: di là il meraviglioso, l’orrifico del mare aperto e della deriva probabile del sentimento; di qua un caleidoscopio di supposizioni, di affannosi giudizi, di credenze soffiate da un vento del deserto che trasfigura il paesaggio, cancellandone la presenza al suo sabbioso passaggio:
La donna C’è scirocco, e quannu c’è scirocco u rriloggiu d’a chiesa non si senti.
L’uomo E tu chi nni sai? C’ha’ statu cca, a bott’o mari, quannu c’è scirocco?
La donna C’ha’ statu, c’ha’ statu.
L’uomo E quannu?
La donna Na vota.
L’uomo E c’era sciroccu?
La donna Sì.
L’uomo Non ci cridu.
La donna E picchì t’avirissi a ‘mbrugghiari?
L’uomo Chi nni sacciu.
La donna Na vota ci stesi, era schetta ancora. Aviumu scinnutu a mmari cu me mamma,
facia un cauddu intra! Nni misumu a taliari u celu…quanti stiddi chi c’erunu! E ccu
ll’avia vistu tutti ddi stiddi! A un certu puntu me mamma dissi - C’ura sunnu? -
Boh! - ci dissi iò e idda mi dissi – Aspetta, ora sona u riloggiu. - Ma quali!
Spittammu, spittammu, ma u rriloggiu non sunau.
L’uomo N’o sintistu vuiautri.
La donna E certu, c’era scirocco!
Caspanello costringe talora il discorso ad una sorta di accelerazione meccanica, istituita su rispondenze foniche, imponenti effetti di ripetizione, uso giustappositivo, variazioni semantiche e innalzamenti di grado, incisi, simmetrie di costrutti. Il pensiero corre, su tutti, ai grandi affabulatori dell’area dello stretto, numi tutelari assimilati dall’autore, per via anche di una medesima appartenenza territoriale a quello che è, par excellence, un luogo inesistente, uno snodo di transito: caput viarum, come ricordava Bartolo Cattafi, uno dei grandi della poesia italiana novecentesca. L’altro riferimento obbligato è il, quasi concittadino, Stefano D’Arrigo (era di Alì un paese non distante da Pagliara), che ha sondato nella sua opera-mondo, Horcynus Orca, la tenuta equorea dell’epos della frontiera messinese «dentro, più dentro, dove il mare è mare».
La pluralità degli esempi poetici o poematici, non appaia disdicevole per un dramaturg, che ha fatto del lirismo la sua cifra fondamentale (in questo pur essendole parente prossima, la drammaturgia di Caspanello ha altre finalita rispetto a quella di Spiro Scimone).
L’autore messinese conosce bene la torrentizia partitura verbale, il bisogno di dire che solo a tratti libera la memoria dolce del canto:
L’uomo Iavi ddu uri chi parri! Ti nn’ha’ ‘nnari e ti metti a parrari…
La donna Picchì, non voi?
L’uomo Io? No!
La donna Non voi chi parru?
L’uomo Poi parrari, poi parrari.
La donna E puru tu.
L’uomo Iò parru.
La donna E quannu?
L’uomo Uora, staiu parrannu. Tu u dicisti.
La donna Picchì iò ti fazzu parrari! E si mmi nni vaiu iò cu ccu parri?
L’uomo E cu ccu ha’ parrari, sulu, com’e pacci?
La donna Picchì sulu i pacci parrunu suli?
L’uomo Sì.
La donna Non è veru. Quanti voti parru sula iò!
L’uomo Parri sula?
La donna Uh!
L’uomo E chi tti dici?
La donna Nenti, parru, mi dicu chiddu c’ha’ ffari, mi cuntu ddu cosi, cantu…
L’uomo Canti?
La donna Sì, cantu.
L’uomo Iò non t’ha sintutu mai cantari.
La donna E tu cu sapi a cchi penzi! Quanti voti ha cantatu! Tu non senti.
L’uomo E tu fatti sentiri quannu canti.
La donna Mi ffruntu.
L’uomo Di cui?
La donna Di tia.
L’uomo Di mia?
La donna Sì, mmi ffrunt’i tia.
L’uomo E cchi c’è di ffruntari?
La donna E cchi nni sacciu, mmi ffruntu. Cantu leggiu leggiu. ( ) ’Nchianu uora va’.
L’uomo E chi ffai, non canti?
La donna Unni, cca?
L’uomo E unni voi cantari, a casa? Così non ti sentu?
La donna Uora, mi mettu a cantari cca! E ssi mmi sentunu?
L’uomo Cu t’av’ a sentiri?
La donna Chi nni sacciu…
L’uomo Nuddu c’è. Cci semu sulu iò e tia.
La donna No, no, non mi fari cantari, famm’annari.
L’uomo E vattinni.
Dietro in disparte, dopo un lungo silenzio di sguardi, la donna canta sottovoce.
Nell’umbratile, interminabile, sosta, Cinzia Muscolino indovina, con estremo rigore, una silhouette di pura, istintuale, sapienza femminile. Nascosto tra le pieghe di una dinamica, solo apparentemente minimalista, preme, infatti, un palpitante deposito sapienziale che, raggiunto il culmine (o l’abisso) della sua consapevolezza, è come bloccato da un languido incantamento, innamorato del pensiero più che dell’oggetto pensato:
L’uomo A mmia mmi piaci stari cca, sulu, quannu l’autri si nni vannu.
La donna E chi fai?
L’uomo Mi piaci.
La donna Ma chi fai?
L’uomo Nenti.
La donna Penzi?
L’uomo Puru.
La donna E chi penzi?
L’uomo E chi nni sacciu!
La donna Non sai a cchi penzi?
L’uomo Non è chi n’o sacciu… non m’u ricordu…
La donna Oh, ma chi testa chi hai! Penzi, penzi e non ti ricordi a chi penzi!
L’uomo Penzu… o mari… e pisci… o scuru…
La donna E ti scanti?
L’uomo Io?
La donna Picchì, non ti poi scantari puru tu?
L’uomo Sì, mi pozzu scantari, ma non mi scantu. E di chi m’avirissi a scantari?
La donna N’o sacciu di chi ti poi scantari.
L’uomo Non mi scantu, no… penzu…
La donna Ancora?
L’uomo N’a finisciu mai.
Già l’epigrafe, posta in calce al testo, rivelando questo sottofondo brulicante di sorvegliati sofismi («A coloro che amano senza parole»), s’indirizza ad una dimensione in cui tutto ciò che la lingua enuncia può prodursi fatalmente nel suo rovescio. Se l’uomo e la donna amano senza parole, non è per mancanza di parola, ma della parola giusta che riempia il vuoto d’incomprensione anziché dilatarlo ulteriormente:
La donna E iò non t’u sacciu diri. Pari ch’i paroli n’e canusciu, mi pari chi non n’avemu paroli ppi ddiri chiddu chi pinzamu. Parramu, parramu e ittamu sulu aria: manciasti, durmisti, travagghiasti, si’ stancu?, dumani penza Diu. E ccu sti paroli ni inchemu a bbucca. Nni canusci iautri, tu?
L’uomo Sì.
La donna E quali?
L’uomo Pigghiai i pisci… a luna china… u mari niru niru... c’è scuru… sentu friddu…
La donna E poi?
L’uomo N’avi tanti!
La donna E a ccu cci dici ssi paroli?
L’uomo A nuddu! A ccu cci ll’ha’ diri?
La donna A nuddu?
L’uomo No.
La donna Mancu a mmia?
L’uomo Tu i canusci.
La donna Ma non ti ll’ha’ sintutu diri mai.
L’uomo N’e dicu…
La donna Picchì?
L’uomo Chi nni sacciu… forsi mmi ffruntu puru iò.
La donna E di cui, di mia?
L’uomo N’o sacciu picchì. N’e dicu e basta.
Tappa coscienziale e momento ineludibile di transito esistenziale, questa lenta, ma inesorabile, iniziazione al timore e tremore dei propri sentimenti che assomiglia spaventosamente alla propria morte, è raccontata da Caspanello mediante un calibrato compenetrarsi di colorismo regionale e sapido sistema stilistico, caratterizzato da un personalissimo innesto della voluta e del trapunto dialettali all’interno di una scrittura raffinatamente letteraria, ricca di innervazioni retoriche e ritmiche, di variazioni tonali e di arsi liriche. Nella meccanica ardita del non detto, l’unico momento di autentica condivisione rimane il sonno, metafora di un’esistenza scandita nella trance di chi si guarda, o si sogna, vivere, pensare, amare, parlare, morire:
L’uomo Oh, ma tu hai un cuffari a notti!
La donna Na vota si sintia rridiri, e quantu ti scialasti!
L’uomo C’u sapi chi m’inzunnava.
La donna E iò ridia appress’a ttia. Nni scialammu, tutt’e dui.
L’uomo Iò durmia… e tu ti scialavi.
La donna Tu rridivi e puru iò ridia. Poi ti firmasti.
L’uomo E rrunfai?
La donna No. Ti firmasti di corpu e iò pinzai – “Matri, muriu ‘nto sonnu!” - picchì non respiravi cchiù, non ti mmuvivi cchiù.
L’uomo Mmi putivi tuccari! Quannu non m’ha tuccari mmi tocchi, quannu ll’ha fari n’o fai mai!
La donna U stava facennu, ma mmi firmai a tantu.
L’uomo E picchì?
La donna Picchì parrasti.
L’uomo Sintemu, e chi dissi, n’autra cosa chi non si capisci?
La donna No, dicisti un nomi.
L’uomo Un nomi?
La donna Sì, un nomi.
L’uomo E a ccu gghiamai?
La donna Ah, allura t’u rricordi?
L’uomo Non mmi rricordu nenti iò!
La donna Picchì tu gghiamasti.
L’uomo Ma a ccu gghiamai?
La donna ( ) A mmia. ( ) Dicisti u me nomi, bellu gghiaru. Mai ti ll’avia sintutu diri così.
L’uomo Durmia.
La donna U sacciu, ma mmi gghiamasti ‘nto sonnu. E iò era dda, vicina a ttia, ca manu ferma…
L’uomo E mi tuccasti?
La donna No, non ti tuccai. Ristai così… spittannu…
L’uomo E chi spittavi?
La donna Chi tu mmi gghiamavi n’autra vota. Mancu u sacciu quantu spittai. Ti taliava, poi taliava a stanza, e poi a ttia, poi taliava u lettu e n’autra vota a ttia…
L’uomo Tutt’a notti?
Le parole finiscono per accerchiare le più fonde zone dell’animo fino all’estrema, estenuata, conclusiva, scena, in cui l’uomo e la donna sfiorano l’atteso incontro, a fior di pelle, a fior d’acqua, nella decisiva opportunità che li evoca e li congeda in dissolvenza. Dario Tomasello
Conversazione su “Mari”
pubblicata sul quinto numero di Matità di www.manifatturae.it
“Mari” è un punto da’arrivo. L’approdo. Il viaggio era iniziato nel 1997 con “Eclissi”: le tentazioni dell’alchimia, domande alle quali nessuna scienza potrà mai dare una risposta, un uomo che scava con le mani una terra sterile e sua madre che lo esorta a vivere le stagioni della vita lontano dagli affanni e dalle paure che oscurano la luce. Messa in scena all’aperto, in mezzo al pubblico, a terra le rotte degli astri segnate a calce e un coro che scandisce il tempo con il battere di pietre e di litanie.
“Eclissi” finiva su una barca, unico elemento di scena, una vela levata contro il vento, mentre dagli alberi di limoni sorgeva una luna che lentamente sarebbe stata oscurata da un velo nero.
Seconda tappa: “Il colore rosso del mare”. L’oceano, il naufragio, la voce delle balene. Una sala il cui ingresso era chiuso dalle parole di Borges: “Siamo il tempo, siamo la parabola di Eraclito, l’oscuro…”. Quando si entra ci si trova immersi nell’acqua: una superficie di plastica nera costringe a camminare chinati per cercare un posto dove sedersi. Sulla scena, scoperta poco a poco, una sorta di nascita o di rinascita, con esseri umani lontani, sfumati dalle trasparenze di veli bianchi, un pianoforte e poi Borges, Pablo Neruda, l’Ecclesiaste, che ci hanno dato le parole per “vedere”.
Sulla riva infine abbiamo ritrovato la lingua madre - il dialetto – gli elementi della vita e anche le difficoltà di un dire che non ha parole, ma che può comunicare in profondità dando spazio ai silenzi, alle attese, agli sguardi.
Certamente chi avesse visto gli spettacoli precedenti avrebbe più chiaro il senso di “Mari” e, soprattutto, della sua essenzialità, perché abbiamo tolto tutto, o quasi tutto: l’ossessione del corpo, la dittatura di un certo parlare, la visionarietà, e abbiamo cominciato a lavorare esclusivamente sui moti quasi impercettibili dell’anima, su parole appena sussurrate, sul ritmo costante e lieve delle onde. Parlo della messa in scena perché il testo, nella sua fase di scrittura, mi guidava già verso soluzioni visive. Da’altra parte non riuscirei a scrivere se non avessi già in testa un’idea di messa in scena: le suggestioni mi arrivano sempre sotto il loro aspetto visivo, “vedo” un gesto, uno sguardo, un colore, penso a cosa li abbia potuto generare, e poi ci si lascia andare, seguendo l’onda.
Poi c’è la questione della lingua: il dialetto qui è solo un pretesto e “Mari” nasce attorno all’idea del confine, qui inteso come linguaggio e rappresentato, nella scena, sul confine tra mare e acqua.; l’uso del siciliano, lontano dagli stereotipi linguistici fin troppo noti, spesso abusati, offre una occasione in più per riflettere su quanto una lingua, principale veicolo di comunicazione, diventi limite alla stessa comunicazione, confine tra il maschile e il femminile che esige altri modi espressivi affidati alla musicalità della pausa, del silenzio, dello sguardo, dell’attesa.
Mi sono sempre chiesto: ma noi come comunichiamo, lo sappiamo ancora fare, il nostro parlare è anche parte del sapere ascoltare, o è soltanto l’urgenza maledetta di volere imporre ad ogni costo e sopra ogni cosa e persona un ego smisurato che, persino grammaticalmente, non va oltre io? Quale è il confine tra una vera comunicazione e “la colla acustica” che ormai ci circonda e ci pervade? “Mari” nasce anche da queste riflessioni, dalla constatazione che stiamo perdendo la capacità di relazionarci a noi stessi, agli altri, ma anche al mondo, poiché anche il dialogo con il mondo ci restituisce il senso del nostro essere umani. La famosa e terribile “tentazione d’occidente”, raggrumata in una civiltà che riconosce spazio solo alla comunicazione scientifico-linguistica, ci impedisce di espanderci, di allargare il nostro respiro sul mondo, di ritrovare nell’universo il senso anche poetico del nostro vivere. Tino Caspanello
Rassegna Stampa “MER” – Francia
L'auteur sicilien, Tino Caspanello, utilise
les mots comme les notes d'une petite musique. Sa belle partition raconte deux
êtres qui ne savent exprimer leur amour. « J'ai l'impression qu'on n'a pas d'mots
pour dire c'qu'on pense.
On parle, on parle et on fait que du vent : T'as mangé, t'as dormi, t'as
travaillé, t'es fatigué ?... Et de ces mots, on en a plein la bouche. »
Comme le ressac de la mer leur mal de mots
pour dire leurs maux se fracasse contre des silences.
Il est là, couché sur un ponton,
observant l'eau, et elle, comme les vagues, vient, part et revient, lui posant
des questions banales, cherchant à comprendre son attitude. Ils se débattent
avec le flux et le reflux de leurs désirs, leurs pudeurs, leurs maladresses… La
femme, obstinée, n'aura de cesse de tourmenter son homme pour sauver, non pas
leur couple, mais leur amour. Il y a beaucoup de tendresse dans ce texte court
qui dure à peine une heure. Ce langage simple, qui ressemble à une litanie, peut
dérouter et laisser certains spectateurs sur le bord.
Mais si on se laisse embarquer, le voyage est
séduisant. Il n'est pas aisé d'incarner les non-dits d'une pensée, les
sentiments refoulés, et de faire ressentir cet amour retenu.
Les deux comédiens parviennent
remarquablement à interpréter cela. Ils donnent beaucoup de relief à ces êtres
ordinaires. A la fois aérienne et pragmatique, Léa Drucker incarne d'abord une
adorable casse-pieds qui dévoile doucement toutes ses brisures. Faisant de son
personnage un taciturne, un handicapé des relations, Gilles Cohen est
superbement terrien. Il y a entre eux une belle osmose. Les répliques se
répondent comme une évidence. S'appuyant sur le décor de Jean Haas, les lumières
de Jean-Pascal Pracht, les costumes de Marie Sartoux, la mise en scène de
Jean-Louis Benoît est esthétiquement magnifique, tant par la scénographie que
par le mouvement qu'il a donné aux comédiens. Dans l'immensité du plateau,
enveloppés d'une nuit étoilée, les personnages semblent deux marionnettes
manipulées par leurs angoisses et leur trop plein d'amour retenu.
PARISCOPE - Marie-Céline
Nivière
contours d’un amour portant au-delà des mots
Ils sont tous les deux dehors, dans la nuit, à la lisière de l’eau, sur un ponton qui s’avance dans la mer. Un homme et une femme sans prénoms, sans particularités, sans identités précises, comme un couple d’anonymes que l’on épierait à quelques mètres de là, derrière un buisson ou une barque. De ces deux individus, on n’apprendra finalement pas grand-chose : elle fait parfois semblant de dormir, chante dans son coin quand personne ne peut l’entendre ; lui rit et pleure dans ses rêves, aime s’isoler pour pêcher et penser « à la mer… aux poissons… à la nuit… ». C’est elle qui est venue le rejoindre, troublant son aspiration au silence et à la solitude. Elle ne parviendra pas à reprendre le chemin de leur maison, avancera peu à peu, pas après pas, dans un début de confession partagée -échanges qui les amèneront à trouer les pudeurs et les non-dits pesant sur leur vie à deux. « J’ai l’impression que je trouve pas les mots, dit la femme, j’ai l’impression qu’on n’a pas d’mots pour dire c’qu’on pense. On parle, on parle et on fait qu’du vent : t’as mangé, t’as dormi, t’as travaillé, t’es fatigué ?, pour l’lendemain c’est le Bon Dieu qui y pensera. Et de ces mots on en a plein la bouche. »
Le poids des pudeurs et des non-dits
Tout en désirs et en renoncements, en questionnements et en maladresses, Mer dresse le portait de deux êtres qui s’aiment et ne trouvent pas les mots pour se le dire. « Moi j’ai qu’à te regarder dans les yeux et j’comprends tout, finit par avouer l’homme à sa compagne, je regarde comment tu marches, comment tu t’assois, comment tu t’lèves… et je comprends tout. » Dédiée à « ceux qui aiment en silence », la pièce de Tino Caspanello évoque ainsi l’histoire de tous les couples dont les sentiments - profonds, indéfectibles - ne s’expriment pas à travers des déclarations ou des attitudes enflammées. Au sein de la mise en scène picturale et intimiste de Jean-Louis Benoit (mise en scène qui instaure une belle atmosphère bleue nuit), Léa Drucker et Gilles Cohen confèrent à leurs personnages ce qu’il faut de sensibilité et de profondeur. Petite réplique par petite réplique, en un peu moins d’une heure, ils font voyager notre imaginaire dans un univers où la retenue, l’économie, prennent la place de l’épanchement et de l’effusion. Un univers dont la simplicité déploie un charme évanescent.
La TerrasseManuel Piolat Soleymat
L’histoire
: Une nuit noire, sans lune, un homme se retire au bord de la mer, noire elle
aussi et immobile. Il est venu pêcher. En fait, il est venu s’isoler. Il en a l’habitude.
Sa compagne, cette nuit-là, le rejoint. Elle veut savoir pourquoi il s’échappe
ainsi, pourquoi il vient, là, s’échouer là au bord de cette mer sans poissons.
Elle aimerait qu’il rentre à la maison. Ils se parlent, mais les mots ne leur
sont d’aucun secours. Ils se parlent mais ne se disent rien. Ou si peu de choses…
Mon avis : Le décor est on ne peut plus succinct, mais c’est normal
puisqu’on se trouve en bord de mer et qu’il fait nuit : un ponton qui surplombe
une onde qu’on devine et, dans le fond, une porte qui donne sur la plage. Et
c’est tout. Un jeu de lumière sur un rideau transparent apporte un peu de
profondeur et laisse parfois entrevoir une silhouette, ou figée, ou déambulant…
Un homme est
vautré sur le ponton. On sent qu’il est bien, qu’il est peinard. Les poissons
peuvent dormir tranquilles.
Il serait même sans doute contrarié si ça mordait car ça le dérangerait dans sa
douce oisiveté… Hélas pour lui, cet état béat ne va pas durer. La porte s’ouvre
et Elle arrive. On voit tout de suite qu’Elle veut nouer la conversation. Elle
lui pose les questions les plus banales qui soient, portant sur le dîner, l’horaire
de rentrée, si Elle doit attendre ou se coucher sans lui, etc… Lui, visiblement
ennuyé par cette irruption, se contente de marmonner des réponses évasives,
pressé qu’il est de se débarrasser d’Elle… C’est alors que la pauvre porte va
devenir pendant un bon moment le troisième personnage de la pièce tant elle va
être sollicitée par une jeune femme terriblement intrusive.
En même temps, on la comprend la dame. Elle s’ennuie sans lui. Elle n’a pas
envie de se retrouver seule dans cette maison du bord de mer. Surtout de nuit…
Alors, elle fait mine de partir, ferme la porte, la rouvre, s’en va, revient,
attend sur le chemin, trouve une nouvelle question tout aussi insignifiante que
les précédentes.
Et Lui, tour à tour
ému et excédé, il la trouve ou touchante, ou (surtout) chiante.
Mais dans l’ensemble, il ne la
rabroue pas.
La mer est aussi étale que l’est leur couple. Ça clapote à peine, il n’y a pas
le moindre remous, pas la moindre vague.
Ça doit faire un
sacré bout de temps qu’ils n’ont pas chaviré ensemble.
C’est le calme plat. Le temps a
entamé son oeuvre érosive.
Ils cohabitent,
c’est tout… Ils se sont sans doute aimés dans le temps. Il y a des attitudes qui
ne trompent pas, des élans ébauchés qui retombent parce que mal ou pas
entretenus. Il n’y a pas de
reproches, pas de colère. A peine un peu d’énervement parfois, qui meurt aussi
vite qu’il est né, comme de l’écume.
C’est Elle qui, la première, et parce qu’elle est la plus bavarde, reconnaît qu’elle
voudrait dire des choses mais qu’elle ne « trouve pas les mots ». Leur absence
de communication ne repose finalement que sur un manque de vocabulaire… Un peu
plus tard, ce sera lui qui déplorera : « j’ trouve pas les mots »…
Ce qui fait que
nous, dans la salle, on comprend mieux qu’eux-mêmes combien ils ont besoin l’un
de l’autre, mais qu’ils ne savent tout bêtement pas comment se le dire…
Piécette (elle dure à peine une heure), Mer nous fait passer un moment
très particulier en ce sens où nous sommes tous concernés. Un jour ou l’autre, à
un moment de notre vie et parfois même toute une vie, on a des problèmes de
communication, surtout pour les thèmes et les sujets les plus élémentaires du
quotidien. Elle peut sembler
un brin dérisoire parce qu’elle ne comprend aucune envolée lyrique, aucune
analyse psychanalytique, aucun verbiage sentencieux.
Sa force réside au
contraire dans son extrême simplicité, dans son utilisation des mots de tous les
jours que l’on répète en boucle parce qu’ils vous semblent essentiels.
Pour pouvoir faire passer ce sentiment partagé de grande solitude, de repli sur
soi déjà gravement fossilisé, tout en parvenant à distiller ça et là de brèves
lueurs de tendresse, il fallait tout le talent de deux comédiens
particulièrement investis. Gilles Cohen et Léa Drucker nous offrent un exercice
de style réellement ardu ; à savoir, comment intéresser un public à une vie de
couple aussi insignifiante et insipide.
Ils y parviennent grâce à leur jeu. Lui, il est un peu bourru mais
facilement conciliant. Il ne va pas chercher le conflit, il s’efforce de l’éviter.
Il s’autorise
même spontanément des ébauches d’élan affectueux envers sa compagne. O pas très
souvent, juste une ou deux fois, mais ils ont l’avantage d’exister. On devine
que c’est un brave garçon, plutôt rêveur et détaché du matériel…
Quant à Elle, elle est bien plus pugnace. Sa volonté de repriser la
chaussette de le leur couple passablement effilochée est touchante de maladresse.
Comme elle ne sait pas exprimer ses sentiments, elle parle ; mais elle parle
pour ne rien dire. Elle s’agite, brasse de l’air en une valse-hésitation qui
nous fait gentiment sourire. Mais, au moins, elle agit. Elle tente des choses.
C’est elle qui les provoque, qui souffle sur les braises, et qui va, on l’espère
pour eux, parvenir à recréer entre eux un lien affectif…
Léa Drucker
et Gilles Cohen sont formidables de banalité. Ils jouent des gens simples, sinon
frustres, avec… simplicité, et ils nous les rendent très vite attachants. S’ils
connaissaient l’usage des mots, nul doute que ce couple saurait vivre en
harmonie. C’est un peu la
confirmation, non pas par l’absurde, mais par le handicap de la parole, de
l’importance et de la nécessité du dialogue. C’est, en quelque sort, leur ultime
bouteille à la Mer avant le naufrage et l’engloutissement…
CRITIKATOR – Gilbert Jouin
Mare Nostrum
Lorsque Jean-Louis Benoit s’empare du texte de Tino Caspanello, il met sur les planches Léa Drucker et Gilles Cohen, pour une paix chez soi version maritime. Etonnant et interrogatif !
Un homme est allongé sur un ponton. Ses mains trempent dans l’eau, il les agite négligemment avec l’air béat de celui qui ne fait rien, ne pense à rien, en toute bonne conscience. Cette sérénité est troublée par l’irruption intempestive de sa femme. Elle voudrait savoir quand il veut manger, ce qu’il veut manger. Les réponses, les silences, elle ne veut pas les entendre, ne peut pas les entendre. Son insistance exaspérante cache une véritable inquiétude, pourquoi vient-il tous les jours s’isoler soi-disant pêcher des poissons imaginaires. Son mutisme, ses absences cachent une quête, une retraite. Ce couple ne sait plus parler. Ils ne savent plus comment communiquer, ils sont au point dans leur relation où les silences deviennent pesants, ils n’ont plus la légèreté de la complicité silencieuse. La femme ne sait pas dire qu’elle l’aime autrement qu’en lui proposant de le nourrir même contre son gré. Réflexe maternelle. Les mots n’ont plus de sens, seuls les actes en ont. Alors elle s’incruste dans la solitude aquatique de son compagnon sous ce ciel noir, sans lune au bord de cette eau noire et profonde. Elle veut l’empêcher de s’abîmer. Mais lequel des deux est la bouée de sauvetage de l’autre ?
Le texte de Tino Caspanello est sec, point d’adjectifs qualificatifs, pas de fioritures. C’est une langue sans gras, quotidienne, directe et beaucoup plus écrite qu’elle n’y paraît. L’auteur a su semer comme des petits cailloux son texte de ces redites du quotidien, de ces banalités qui sont l’expression de l’attention que l’on porte à l’autre et qui énerve : ne prend pas froid, tu as froid, peur ? La nuit noire les enchâsse, mais ne les écrase pas, ils vont maladroitement se parler, s’écouter.
Jean-Louis Benoit a opté pour une mise en scène à l’image du texte, un ponton, une porte et les lumières impeccables de Jean-Pascal Pracht. Léa Drucker et Gilles Cohen tiennent le spectacle. Si la femme semble vraiment casse-pieds au début, Léa Drucker nourri son personnage d’une infinie et encombrante tendresse. Gilles Cohen, en taiseux taciturne, joue ses silences en soliste talentueux. Les comédiens sont les vecteurs du ressenti des spectateurs et font passer ce texte qui semblera à certain inoffensif mais qui laissera aux autres sa petite musique de nuit.
Marie- Laure Atinault – Kouran d’art
Un homme regarde la mer, à plat ventre sur un ponton. Une femme, sa femme, surgit e l’invite à la rejoindre dîner. Il ne veut pas, il ne veut rien. Elle insiste. Il résiste. Elle part mais pas tout à fait. On sent qu’il se passe quelque chose, qu’ils n’arrivent pas à se parler, qu’ils se cherchent sans se trouver. Et ce ponton, cette mer si noire qui lui fait peur à elle, va peut-être les obliger à se rejondre. Sur scène, un ponton, une porte et un ciel étoilé. Très vite, ce qui semblait s’annoncer comme une dispute conjugale se trans forme en discours amoureux. Sans qu’ils ne se disent un mot d’amour. C’est l’interprétation tout en delicatesse des comédiens, Léa Drucker et Gilles Cohen, qui révèle cette tension amoureuse. C’est très beau, tendre et simple.
HC - http://www.theatral-magazine.com/
MALASTRADA
di Tino Caspanello
con
Cinzia Muscolino
Tino Calabrò
Tino Caspanello
elaborazione suono
Giovanni Renzo
costumi
Cinzia Muscolino
assistente alla regia, luci e audio
Andrea Trimarchi
scena e regia
Tino Caspanello
C’è un luogo in Sicilia, il suo capo estremo a nord est, che dovrebbe essere lo scenario di un intervento che ha occupato, e continua ancora a farlo, le menti di politici, di ingegneri, di società e di tanta gente comune. Si tratta del progetto del ponte sullo stretto di Messina. Di tanto in tanto, con l’avvicendarsi di governi, economie e sistemi politici, l’idea del ponte ritorna puntuale a impegnare dibattiti uguali in Parlamento come nei bar, oppure rimane assopita, nascosta nelle profondità marine, proprio come i mitici mostri Scilla e Cariddi. Non si discute qui della sua necessità, dell’importanza socio-economica, della sua urgenza civile, non sono questi argomenti che interessano in questo contesto. Si parla d’altro: verrebbero distrutte case e strade, rasi al suolo cimiteri e nuclei boschivi, sparirebbero mestieri e microeconomie; verrebbe dunque intaccato pericolosamente il tessuto sociale, così delicato nei suoi equilibri già precari per annose, secolari questioni che ancora oggi fanno del meridione il “meridione”. Il dubbio che nasce di fronte all’ipotesi di questo intervento, troppo grande per potere offrire una misura di sé, è una riflessione sulla coscienza, non soltanto dei singoli, ma anche, e forse soprattutto, dei nuclei sociali e familiari: riusciremo a mantenere intatta la nostra integrità morale di fronte al ricatto che ci obbligherà a cambiare casa, abitudini e modi di pensare?
MALASTRADA è una riflessione a priori, preventiva, perché, dopo, sarebbe fin troppo facile parlare del Ponte e di tutto quello che, nel bene e nel male, esso potrebbe causare. Vorremmo che si evitasse una narrazione postuma di fatti, misfatti, collusioni e intrighi, così raccontiamo una storia, una storia possibile, verosimile: una famiglia - padre, madre e figlio - in viaggio verso la “strada” che collega l’isola al continente; un pellegrinaggio attraverso percorsi ormai cancellati, al buio, senza nemmeno una lampadina. L’attraversamento, obiettivo finale del viaggio, incuneandosi come subdola promessa tra i legami affettivi, scatena il conflitto, il crollo definitivo della comunicazione, e trascina i tre protagonisti verso una violenza, che, sempre in agguato nel loro non dire, mette a nudo le miserie del ricatto.
Lo spettacolo, grazie a Riccione Teatro, era stato presentato in lettura a Udine per Extracandoni; dopo essere stato segnalato al Premio Dante Cappelletti (”Dove l'ambiguità e l'eloquenza dei maestri della drammaturgia dell'ultimo 900, calano su uno scenario siciliano, illuminato dal buio e dal non detto.” La Giuria del Premio Tuttoteatro.com – Dante Cappelletti) ha debuttato il 31 luglio 2008, nel festival Teatro Civile, a Vico sul Gargano (FG), dove ha ricevuto il Premio di Legambiente.
Il testo è stato pubblicato su Hystrio n. 4 – 2010.
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“Malastrada”, pieno di mistero e oscurità. Una famiglia composta da padre, madre e figlio si avvia lungo una strada e alla fine del percorso, di fronte al vuoto e alle tenebre, toccherà forse al figlio fare il gran salto nel vuoto, andare a vedere cosa c’è dall’altra parte. In un dialetto messinese che diventa puro e affascinante suono, Malastrada, secondo il suo autore, vuole essere la metafora del ponte sullo stretto, dei malesseri siciliani a cui non sono estranei una cultura della violenza ed una classe politica di affaristi insipienti. A noi è sembrata soprattutto una spietata opera dal sapore classico, un antico rito di sangue con la vittima sacrificale, il figlio, costretta a immolarsi all’ignoto secondo il volere di divinità potenti e senza misericordia, un ancestrale cerimoniale che sa coniugare un afflato di tremenda, ottusa religiosità allo smarrimento tutto contemporaneo di un’umanità perduta sull’orlo dell’abisso. Nicola Viesti – Hystrio – n 4, 2008
In molta importante pittura il buio non è vuoto di colore ma tonalità ricchissima, e non tonalità di un colore solo ma di mille sfumature, di colori su colori, di spazi colmi di tragedia e cultura che rendono quel buio un profondo campo di senso in cui avventurarsi e rendono ancor più interessanti e dense le figure che da quel buio si stagliano. Non sappiamo quanto possa aver direttamente influito (e influisca ancora) nella costruzione del teatro di Tino Caspanello la sua sicura conoscenza della storia dell’arte, ma non c’è dubbio ch’è presente nel suo teatro, sia pur apparentemente semplicissimo e quasi minimalista, una sensibilità coloristica che va considerata ed assolutamente segnalata. Una sensibilità che si esplicita anzitutto nella scelta sapiente del disegno luci e, appunto, nel rapporto luce buio sulla scena, ma che davvero va molto al di là di questo e connota, ci sembra, tutto il suo linguaggio teatrale. Una sensibilità pittorica che ovviamente, facendosi teatro, si arricchisce di molta cultura specifica e di molta acuta e partecipe intelligenza della realtà. Scriviamo questa volta di “Malastrada”, l’ultimo spettacolo di Caspanello che ha debuttato a luglio a Vico Del Gargano in Puglia nel contesto di “Festambiente Sud” e che s’è vista per la prima volta in Sicilia il 26 agosto scorso nel contesto del Festival “Teatrincittà” organizzato a Caltagirone da “Nave Argo”. In scena, con lo stesso Caspanello (drammaturgo e regista), altri due componenti storici della compagnia “Pubblico Incanto” ovvero Cinzia Muscolino (come sempre brava e intensa) e Tino Calabrò. L’impianto drammaturgico è semplicissimo: una famiglia - padre, madre e figlio - finisce di percorrere una strada lunga, vecchia e polverosa, una strada al buio e si trova finalmente, sempre al buio, di fronte a “lui”, un enorme essere lungo, liscio e misterioso da affrontare. Alle loro spalle una terra – un’isola - che conoscono ma che probabilmente non riconoscerebbero più se solo potessero rivederla con chiarezza, davanti a loro il mistero di quell’essere estraneo da affrontare. Parole poche e rarefatte, domande piuttosto, mai risposte. Il mistero di quella presenza che – se ne renderanno conto ben presto – ha già sconvolto la loro semplice vita prima ancora di aver deciso, colpevolmente, che dovrà essere il giovane figlio a dover affrontare per primo il mostro. Da questa scoperta in poi, dall’acquisizione di questa consapevolezza, nulla sarà più come prima e la loro vita sarà definitivamente sconvolta. È sin troppo ovvio e quasi scoperto il riferimento al realizzando ponte di Messina, ma è proprio questa ovvietà che fa si che il pubblico questo riferimento possa agevolmente superarlo in direzione di una riflessione amara sulla pervasiva e spesso violenta presenza della cultura capitalistica contemporanea che, senza chiedere permesso, spazza via (o, più spesso ed utilmente, compra con moneta sonante) qualsiasi cosa possa opporsi efficacemente al suo trionfo. E certo non è uno scontro indolore né privo di sofferenze: solo che probabilmente le vittime di questo scontro non hanno una voce abbastanza forte per farsi sentire, per esprimere utilmente le loro ragioni, per superare politicamente quel rombo (nello spettacolo un inquietante e ferroso “basso continuo”) che costantemente inghiotte la loro umanità. Non è poco, ma c’è di più: non c’è solo infatti la rivendicazione politica in questo lavoro (per quanto elegante e rarefatta, sarebbe stata semplicistica e magari avrebbe attratto e parlato troppo facilmente a un pubblico locale e definito a priori), il suo spessore artistico ci sembra attingere a dei livelli più profondi di riflessione. Non ha solo una dimensione politica infatti quell’essere mostruoso che riesce persino a disaggregare i rapporti parentali: no, sembra piuttosto possedere una dimensione metafisica e surreale che suggerisce al pubblico di guardare oltre i rapporti di potere, alla struttura stessa dell’essere, alla sostanza, alla presenza, al fascino del male, alla sua segreta e facile pervasività nelle strade, nei giorni e nella storia dell’umanità. Un’ultima notazione riguarda la dimensione stilistica complessiva di questo spettacolo che, se appare matura e consapevolmente dimensionata sul rapporto di poche presenze attoriali, mostra anche, seppur impercettibilmente, i segni di una qualche stanchezza che potrebbe (o dovrebbe?) suggerire a Caspanello e a tutto l’ensemble di “Pubblico Incanto” di rivolgere la propria ricerca teatrale verso nuove, magari più rischiose ma più ampie e feconde, dimensioni della scena. Paolo Randazzo – dramma.it
Il mito, nella filosofia e nella tradizione, può essere la reinvenzione fantastica di un fatto reale, ma anche il suo esatto contrario. Si può partire da un oggetto immaginario per ricamargli intorno storie credibili e, spesso, più verosimili di quelle reali.
Ecco, tra le sponde di Scilla e Cariddi, scenario d’elezione della mitologia, da oltre duemila anni, c’è, ma non si vede, un totem tanto adorato quanto vituperato. Quel Ponte, ideato prima di tutti dagli antichi romani i quali, stando al racconto di Plinio il Vecchio (251 a.C.), costruirono una lunghissima piattaforma di barche e barili per traghettare dalla Sicilia centinaia di elefanti sottratti ai cartaginesi.
Adesso Tino Caspanello, autore, regista e attore di Pagliara (piccolo comune a meno di 40 chilometri da Messina) porta sulla scena quel “feticcio”. E lo fa nel migliore dei modi possibili in teatro, lasciando che sia lo stesso spettatore a trovare un senso alla vaghezza dei segni e alla simbologia poetica delle parole. Nonostante questa astrattezza, “Malastrada”, in scena nella Sala Laudamo, è stato subito inquadrato come testo di denuncia (contro “l’impatto delle grandi opere”) e premiato quest’anno da Legambiente per l’impegno civile.
Nel buio di una “nuvola” nera, appunto, come nello spazio indefinito e impalpabile del mito, alla fine, il “deus ex machina” sarà rappresentato da una mazzetta di banconote la quale narra, allusivamente, quel miscuglio di corruzione e grettezza che ammorba anche la nostra povera terra.
I tre protagonisti, lo stesso Caspanello (un padre stralunato), Cinzia Muscolino (una madre ruvida e incantevole) e Tino Calabrò (un figlio ingenuo e piagnone al punto giusto), intraprendono un cammino in quell’oscurità, in quel luogo in cui tutto, ormai, intuiamo cancellato e soppiantato da metallo e cemento. Sul palcoscenico deserto ci sono solo tre mattoni forati e una sbarra di ferro. Quella famiglia (tutti noi) raggiunge dopo un’estenuante scarpinata il posto di un non meglio precisato appuntamento. Uno spazio surreale a metà strada tra il Godot beckettiano e il miraggio della Fata Morgana. Il ponte sullo Stretto, appunto. Una struttura architettonica titanica che, dicevamo, c’è ma non si vede, forse perché sarebbe impossibile da vicino racchiuderla nello sguardo. Il ragazzo è il predestinato ad attraversare per primo quel “mostro” tra l’isola e l’ignoto. Ma i tre viandanti, tra banali litigi ed essenziali rivelazioni, saranno travolti dalla violenza del loro stesso tragico silenzio. Quanto mai minimale l’elaborazione sonora di Giovanni Renzo: un sibilo lontano e inquietante che si ripete all’infinito. Il dialetto di quella parte di provincia peloritana, peculiare delle opere di Caspanello, qui si fa più diradato nella cadenza, permettendo agli interpreti, tra i quali spicca per bravura Cinzia Muscolino, una recitazione al tempo stesso intensa e sopra le righe. Fausto Cicciò, La Gazzetta del Sud, 20 dicembre 2008
Dopo Mari e Nta ll’aria continua il momento felice di Tino Caspanello, proponendo adesso, a chiusura della XIV edizione del Festival Teatri in Città nello spiazzo della bella e neogotica Villa Patti, il suo più recente testo titolato Malastrada, scritto-diretto-interpretato da lui stesso in giacca e cravatta accanto ad una superba Cinzia Muscolino tutta tirata con spolverino nero e un promettente giovane casual che di nome fa Tino Calabrò. I tre protagonisti, tutti della provincia ionica messinese si esprimono in un dialetto comprensibile pure a Bolzano, vestono rispettivamente i ruoli d’un padre d’una madre e d’un figlio, e all’inizio sembra si siano persi nell’oscurità della notte avanzando verso la scena come i ciechi di Bruegel il Vecchio. Solo che qui la loro cecità è di breve durata, perché dopo una serie di brevi battute, ricche di humour e non-sense, i tre si trovano davanti ad una fantomatica “cosa” lunga e liscia di cui non viene mai pronunciata la parola “ponte” e che potrebbe pure raffigurare una mostruosità qualunque. La scena è completamente nuda, illuminata solo da fioche luci verdognole e in un lato del proscenio staziona un fagotto con due mattoni forati e un tondino di ferro sporgente per il quale viene ricordato dai genitori al figlio di non toccarlo perché la struttura si potrebbe guastare, addirittura cadere. Un paradosso che va aggiungersi ai tanti paradossi della pièce, che va avanti con toni “assurdi” e surreali da diventare quasi il più ambiguo lavoro di Caspanello. Gradualmente vengono a galla gli oscuri propositi del padre accettati in parte dalla madre che non sa che il marito ha venduto il figlio ad oscuri individui dell’altra sponda per un pugno di euro. Litigano padre e figlio e la madre si sente tradita dal marito puntandogli una lama al collo. Il figlio non sarà il primo uomo a passare su quella struttura e la quiete ritornerà quando la madre comincerà a sbucciare una mela con un coltello e darne dei pezzetti a marito e figlio. Non c’è bisogno che si dia l’immagine del Ponte sullo Stretto di Messina, sembra volerci dire Caspanello, perchè ognuno ce l’ha in mente così come raffigurato da certa cartellonistica favorevole al progetto, che ha giocato più sull’immaginario collettivo che sulle reali difficoltà dell’impresa e sui disagi che la popolazione subirebbe per decine di anni. E sono disincantati pure i tre personaggi della piece che ad un tratto esclamano “ e ora che l’abbiamo visto possiamo tornarcene a casa”. Sessanta minuti intensi con battute da ping-pong e applausi calorosi alla fine per Malastrada che dal 18 al 21 dicembre verrà replicato nella Sala Laudamo di Messina. Gigi Giacobbe, www.sipario.it
Hanno indossato
per l’occasione i vestiti della festa, anche se al buio non c’è nessuno che
potrà ammirarli. E' necessario che anche sotto le scarpe i calzini non siano
bucati, perchè non si dica che quell’attraversamento, così vitale e
indispensabile, sia avvenuto in condizioni misere. Sono un padre, una madre e un
figlio, sono i protagonisti di “Malastrada”, spettacolo scritto, interpretato e
diretto da Tino Caspanello, segnalato nel dicembre 2007 al premio
"Tuttoteatro.com –Dante Cappelletti", recentemente portato in scena al Teatro
Libero di Palermo, che ne è anche produttore insieme con il Teatro Pubblico
Incanto.
Inizialmente la famiglia appare mossa soltanto dalla curiosità di vedere l’opera
che per anni ha accompagnato le sue fantasie, di constatarne con mano
l’esistenza. Intravisto a fatica tra le tenebre che lo avvolgono, con tutto quel
mare sotto. il Ponte – mai menzionato ma non per questo meno vivo, pulsante e
incombente - diventa la strada da percorrere per dare un senso al viaggio,
diventa esso stesso “il senso” da attribuire a tutto quel parlarsi addosso senza
possibilità di comprendersi appieno, a quell’offerta continua di povero cibo,
una mela tentatrice che non seduce nessuno degli uomini cui è destinata.
Il sibilo rauco di sottofondo, unico suono percepibile, sembra quasi il respiro congiunto di Scilla e Cariddi, mostruosi custodi dello stretto appartenuti al passato mitologico e sfrattati da un futuro, già divenuto presente, in cui lo straordinario prodigio lascerà sul territorio colonizzato nuove vittime. I rapporti conflittuali della famiglia, disciplinati da una figura femminile (Cinzia Muscolino), apparentemente fragile, in realtà ferocemente autoritaria, sono ben rappresentati nell’andamento spezzato e reiterato dei dialoghi, scritti nel consueto dialetto messinese scelto dall’autore come modalità espressiva privilegiata per le sue indagini tra le asprezze quotidiane delle relazioni affettive.
La regia punta su atmosfere e impianto recitativo fortemente beckettiani e trasporta su un piano di universalità una vicenda che trae però la sua forza maggiore proprio dalla sottesa carica polemica. Il conflitto reale, quello che travalica le parole e sconfina nei fatti, esplode nel momento in cui il figlio (Tino Calabrò), lusingato dal privilegio di essere proprio lui il primo in assoluto a percorrere il tragitto, scoprirà invece la propria natura di agnello sacrificale. L’ipotetica inaugurazione da festa diviene rituale occulto che potrebbe trasformarsi in evento luttuoso. Ecco, in quella mazzetta di soldi, amaramente scovata dal taschino interno della giacca del matrimonio, si potrebbero leggere tutti i soldi con i quali è possibile comprare spazi, silenzi e coscienze, se non addirittura il simbolo di tutte le sporche manovre che avrebbero accompagnato la realizzazione di un’opera tanto faraonica quanto discutibile. Si dà ovviamente per scontato che tutto sia stato compiuto, che i giochi siano stati fatti, che il Ponte sia lì, fiammeggiante di orribile bellezza. Se potesse bastare un lavoro teatrale a far riflettere ancora, a frenare appetiti voraci, questo potrebbe essere tra quelli giusti. Agata Motta – inscenaonline - 18 – 02 – 2009
Poche cose: ago e filo, una mela e un mucchietto con qualche tegola bucata, un pezzo di ferro e della carta da cantiere. Poi il buio o luce fioca e un’opprimente inquietudine. Su questi scarti simbolici senza orizzonte muove i suoi passi MALASTRADA di Tino Caspanello (che ne è anche attore e regista) – in scena fino a sabato 14 al Teatro Libero che lo coproduce assieme al Teatro Pubblico Incanto. – interessante autore messinese, la cui ricerca si sofferma sulla violenza sociale espressa, fra tradizione e modernità, con un linguaggio scarno, un dialetto brusco e senza colore, ma tagliente e con un retrogusto ambiguo.
Se il tema del ponte sullo stretto è dichiaratamente pretestuoso, adombrando comunque i tristi effetti che potrebbero venirne, prefigurando interi territori cancellati ed equilibri sociali e psicologici sconvolti, esso è metafora della minaccia costante che ci viene dall’esterno e che irrompe nelle nostre fragilità creando inferni privati, scatenando violenze e rapporti malsani. Come il miraggio del ponte, le false illusioni che prosperano intorno a noi cercano di governarci, le mode vogliono sedurci, le strutture di potere alienano e confondono chi non riesce a crearsi una capacità critica che si scrolli di dosso quel sonno della ragione che sembra annegarci nella notte.
MALASTRADA si fa apprezzare per come, dal nulla, suggerisce atmosfere, per una sua capacità minimale di nascondere e svelare, per sapere coltivare la qualità del segreto teatrale, fra sottendere e intendere. che lascia lo spettatore sospeso.
Tino Caspanello ha mestiere e una stralunata espressività; ma accanto a lui, con bravura, recitano Cinzia Muscolino e Tino Calabrò; l’elaborazione sonora è di Giovanni Renzo. Molti e calorosi applausi alla “prima”. Guido Valdini – La Repubblica – 13 febbraio 2009
Metti un pomeriggio a Primavera dei Teatri, corrente anno. Metti una sala graziosa ma un tantino claustrofobica. E metti un pubblico di affezionati del teatro, gente da un certain regard, che dice presente per assistere a un testo scritto, diretto e co-interpretato dal grande messinese Tino Caspanello per Teatro Pubblico Incanto... E' Malastrada, uno spettacolo plurisegnalato, sin dal 2007, praticamente ovunque si creda nel teatro come una cosa bella e pure seria; un testo, tra parentesi, premiato da Legambiente per l'impegno civile, insomma per dire quello che va detto - sulla tutela dell'ambiente, sull'impatto di certe cosiddette grandi opere, e tutto il resto... - nella speranza che le beghe politiche facciano il lavoro al posto di un comune buon senso oramai estinto. E in effetti la Malastrada del titolo si riferisce, in quanto luogo fisico, a quella enorme patacca o baldraccata chiamata Ponte sullo Stretto, che ora ci sarà (pare) e ora non più (forse), ed è già costata un patrimonio agli italiani di buona o nessuna volontà. Ma è anche una sorta di metafisica linea di confine tra ciò che è e ciò che sarà, un monito su quello che potrebbe succedere, su come l'impatto di un'opera così grande e così discussa (E' utile? Non lo è? Quanto verrà a costare? E le mafie che ruolo avranno nella sua realizzazione?) potrebbe cambiare le coscienze delle popolazioni sulle cui spalle è stata addossato un simile fardello e che, in un modo o nell'altro, saranno costrette a ripensarsi, forse anche alla luce di nuove regole morali e nuovi modi di pensare. Allora Malastrada è, per dirla con le parole del suo autore, "un'isola, un deserto quasi" dove si racconta di "una famiglia - padre, madre e figlio - in viaggio verso la ‘strada' che collega la Sicilia al continente". Questo viaggio assume l'aspetto di "un pellegrinaggio attraverso percorsi ormai cancellati, al buio, senza nemmeno una lampadina". Al centro della sua riflessione si trova il conflitto delle coscienze e tra le coscienze, con individui che forse pensano in modo totalmente diverso da prima, e con un nucleo familiare (il padre, la madre e il figlio di cui si diceva, rispettivamente interpretati da Caspanello, Cinzia Muscolino e Tino Calabrò) travolti da nuove dinamiche interne. Fino al disvelamento di un turpe commercio, e quindi al riconoscimento delle nuove matrici identitarie del terzetto, in grazia del quale si apprende che il padre ha ceduto al ricatto di chissà quale potere più o meno occulto e preso del denaro perché il figlio sia il primo in assoluto ad attraversare il famigerato ponte. Quel che era cominciato come un rarefatto viaggio in una sorta di buio della conoscenza, diviene allora l'incubo creato dal crollo di ogni forma di comunicazione e dall'esplosione di una violenza assurda (ce n'è di sensate?) con la conseguente rivelazione di una miseria morale che lascia un segno indelebile. Anche se c'è sempre una libertà di scelta. Con questo lavoro, dopo che il pubblico di Castrovillari ha potuto ammirare negli anni scorsi altre tre sue stupende creature (Mari, Rosa e Nta ll'aria), Caspanello continua un percorso già lungo e glorioso, nel solco di una poetica dell'anima che incanta per la bellezza del linguaggio - il detto e il non detto... - e la sobrietà delle ambientazioni, qui ridotte veramente al minimo eppure così presenti e significative, in una mistura di elementi capace come in pochi altri casi di andare dritto al cuore delle cose. Straordinaria, addirittura sublime per me, Cinzia Muscolino: una di quelle interpreti che ti sorprendono sempre e sempre ti scaldano l'animo di cose preziose. Molto bravo ed efficace, nel ruolo del figlio ingenuo e pulito, all'oscuro di certe sporche manovre, anche Tino Calabrò. Credo che le persone che hanno visto lo spettacolo assieme a me condividano nella sostanza, se non nella scelta delle parole, questo giudizio molto positivo. Sebben che io debba confessare, qui e coram populo, una inguaribile passione per Mari e Rosa, i miei gioielli preferiti...Antonello Fazio , Primavera dei Teatri, blog
Svelare la verità che si nasconde dietro alle cose, senza mai nominarle. Dimenticando quasi la loro ragione di esistere e la loro origine. Lo spettacolo Malastrada trova in questo equilibrio una forza poetica davvero rara. Che trasforma lo spunto di attualità di cui si nutre la drammaturgia, in una riflessione svincolata dal tempo e dallo spazio che ha a che vedere con l’essere umano. Premiato da Legambiente nel 2008, il lavoro della Compagnia Pubblico Incanto, parla della costruzione del ponte sullo Stretto e delle sue conseguenze. Ed è ancora in tournée nei teatri e nelle scuole di Italia per parlare a un pubblico pronto a iniziare un viaggio senza compromessi. L’espediente artistico è eccezionale: lo spettatore guarda tutto attraverso gli occhi di un nucleo familiare che “reagisce” alla costruzione del ponte. Senza che si parli mai di questo fantomatico ponte. Madre, padre e figlio si perdono in una strada buia e terrosa, non scorgono più il punto di partenza, né quello di arrivo. Sanno soltanto che uno di loro dovrà passare dall’altra parte. E sarà il primo. Quello che in un all’inizio è un quadretto familiare divertente, fatto di contraddizioni e di varia umanità, all’improvviso si trasforma in una vera tragedia. Consumata nel cuore di un’intera società. Lo spettacolo ha inaugurato sabato 22 gennaio la stagione teatrale 2011 organizzata da SpazioTeatro nella Sala di Via San Paolo a Reggio Calabria e attualmente è in tournée. Claudia Brunetto – www.scanner.it – 26 gennaio 2011-03-02
Il buio come
metafora: quel buio che all’inizio e alla fine circonda i protagonisti, che li
porta a ripetere le stesse frasi, a cercarsi, a cercare le mani, per tenersi,
per trovarsi e ritrovarsi.
Il ponte, “quel” ponte, come metafora, come qualcosa su cui si riversano sogni e
miraggi.
E la strada, come metafora. Un percorso che porta all’inizio di quella
costruzione, da attraversare per avvicinarsi ad un futuro sognato; una strada
segnata dall’oscurità, in cui il futuro sembra affacciarsi, ma lontano e senza
che si riesca a metterlo a fuoco; una strada che è stata seguita per portare a
termine un inganno, quello ordito dal padre nei confronti del figlio e frutto di
una “vendita” di colui che Nicola Viesti su Hystrio definisce la “vittima
sacrificale”.
“Malastrada”, lo spettacolo messo in scena, in apertura di
stagione di Spazioteatro, dalla Compagnia Pubblico
Incanto, è una metafora. Autentica e che riesce a colpire nel segno. Un
viaggio dentro noi stessi, dentro una società che insegue sogni, spesso
perdendosi e mandando per aria affetti e rapporti, sconvolgendo dinamiche,
sociali e personali. Tutto parte proprio dal fondamento sociale, quello della
famiglia, messo a confronto con il grande, con l’enorme, con l’esterno. Ed ecco
che quelle dinamiche, anche divertenti, ironiche all’inizio, lasciano spazio poi
all’emergere di conflitti, alla ricerca finale di una luce nel buio, di
ritrovare la mano che li ha condotti fino a quel punto e che può riportare,
forse, tutto indietro, pur tra uno smarrimento che persiste.
E’ il linguaggio, oltre che l’invenzione drammaturgica e la prospettiva dalla
quale viene osservato il tutto, a rendere ulteriormente originale ed intensa
l’opera, scritta da Tino Caspanello, che ne è anche interprete
e regista. Uno studio sul linguaggio, sull’uso del dialetto siciliano, per la
precisione messinese, che non è semplice mezzo, ma stile, che detta il ritmo ed
i toni. Un testo denso, che si avvale anche e soprattutto di interpretazioni
che disegnano stati d’animo, mutamenti: da quella dello stesso Caspanello, a
quella di Tino Calabrò , nei panni del figlio, a quella di
Cinzia Muscolino, che dà vita alla figura della madre con
grande intensità, passando con disinvoltura e straordinaria bravura dai toni
ironici a quelli più drammatici.Ancora una applaudita rappresentazione per
questa compagnia, che a febbraio sarà a Messina con un nuovo
spettacolo, “Interno”. Paola Abenavoli – Cultural Life – 25
gennaio 2011
‘NTA LL’ARIA
di
Tino Caspanello
con
Cinzia Muscolino, Andrea Trimarchi, Tino Caspanello
assistente alla regia
Giovanna d’Amico
regia e scena
Tino Caspanello
Due operai, un balcone da dipingere, parole senza peso per fare scorrere il tempo. E potrebbe essere l’eternità, così, per sempre, con la sua logica, le sue certezze, la sete, la fame e la solitudine. Potrebbe essere così, per sempre, se non arrivasse qualcuno che è fuori dal disegno, fuori dalla perfezione, qualcuno che non sa dove andare, perché trovare un posto, nel cuore, è ormai quasi impossibile; qualcuno che però ha molto da offrire, tra un caffè e l’altro, tra un bicchiere di vino e un sogno rubato all’immaginazione; qualcuno che ancora guarda il mondo e lo ascolta, oltre i suoi rumori, oltre il suono delle sue parole, per scoprirne i segreti che viaggiano sotto la sua pelle.
‘Nta ll’aria, come tanti altri spettacoli del Teatro Pubblico Incanto, vuole raccontare, semplicemente, mettendo la lente di ingrandimento su fugaci percezioni quotidiane e ingrandendole fino a trasfigurarle in storie in cui si riflette tutto il macrocosmo, perché la vicenda dei due imbianchini, intersecata a quella della donna che irrompe all’improvviso nella loro routine, è una riflessione sui condizionamenti che, troppo spesso, ci impediscono di accettare l’altro, il diverso da noi, solo perché la sua diversità rappresenta una minaccia alla nostra presunta normalità. Non ci si rende conto che ogni essere umano possiede una ricchezza di emozioni, un bagaglio di verità, che appartengono a tutti noi, che ci arricchirebbero se solo cominciassimo a rispettarne l’origine, la causa e la differenza. Viviamo ormai troppo spesso legati a pregiudizi che ci impediscono di vedere oltre il nostro io, pericolosamente attaccati a modi di pensare che si raggrumano, nel tempo, formando attorno al nostro sentire una crosta che non lascia più battere il nostro cuore seguendo il ritmo che gli è naturale. Per fortuna, di tanto in tanto, sulla strada si incontra ancora qualche santo, una folle, o un poeta, che riescono a ricondurci nei luoghi in cui la vita si addensa secondo le regole del caos più ordinato.
La lingua del testo è il dialetto della parte messinese della Sicilia, semplice, scarnificato, ridotto a volte a puro suono e la scrittura, ispirata al parlare quotidiano, senza alcuna intercessione stilistica, evita di scendere in profondità, per lasciare al pubblico spazi per interventi personali, luoghi di vuoto da colmare con la propria partecipazione.
NTA LL’ARIA è stato pubblicato dalla casa editrice Minimum Fax nel volume SENZA CORPO, a cura di Debora Pietrobono. Tradotto in francese da Julie Quénehen, presso la Maison Vitez, è pubblicato in Francia da Editions Espaces 34.
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"... Ed è il non detto, il più delle volte, a raccontare solitudini e fragilità di un'umanità in cui non è difficile riconoscersi. La laconicità può diventare, come accade in 'Nta ll'aria del siciliano Tino Caspanello, uno strumento, insieme lieve e affilato, per sottrarsi all'ordine del discorso e accarezzare l'utopia foucaultiana d'essere non "colui donde viene il discorso, ma una sottile lacuna, il punto della sua scomparsa possibile". Non a caso i protagonisti - due operai al lavoro su un balcone e una vagabonda che sembra aver smarrito il senso del tempo - finiscono per affidare i propri pensieri non alle parole ma al suono di una pioggia e di un vento immaginari, o al fischiare di un treno che si può vedere solo con gli occhi chiusi. Ne nasce una partitura aerea in cui, mantenendo la freschezza e l'originalità degli esordi, Caspanello raggiunge grazie all'aspra musicalità del dialetto una tensione evocativa che non si lascia esaurire al primo ascolto".
Andrea Nanni - Hystrio, n. 3, 2007
NUVOLE DI SOGNI “’NTA LL’ARIA
Tutto con uno sguardo nuovo: basta affacciarsi dal “balcone” della Laudamo per assistere a “’Nta ll’aria”, il nuovo spettacolo di Tino Caspanello. Una stilizzata scenografia in cui si annidano i germi dello sperimentalismo portato in scena dal “Teatro Pubblico Incanto”.
Scorrono nere
pennellate su sbarre ferree, consumate dal tempo.
Dietro quei tratti sincopati, singhiozzanti, due uomini in gabbia con alle
spalle una porta forse chiusa, forse aperta.
Gesti meccanici, ripetuti, guidati dall’abitudine.
Pennelli, colori, pittura sono lì; quello che manca è la fantasia, la sola che
possa riempire spazi bianchi o parzialmente ombreggiati da lievi sfumature.
Basterebbe un pizzico di creatività per popolare la vergine tela di personaggi
capaci di colmare la solitudine di domeniche piovose.
Improvvisamente l’omone ingenuo e il burbero bersagliere si ritrovano
catapultati in un fumetto che di reale ha solo un impermeabile giallo, una lunga
collana, un cappellaccio, un rossetto.
Una presenza irreale, evanescente che crea ed insegue “uccelli che scappano”;
un’esile dama che si agghinda per varcare la soglia di una sala illuminata; una
birichina fanciulla che, reduce dalle marachelle, china lo sguardo; una
servizievole barista ambulante che, appena tornata dalla “colletta di caffè e
zucchero”, presso i deserti tavolini di un bar, si prodiga per rimettere
“all’opra” mani atrofizzate e per risvegliare menti stordite dalla calura estiva
.
Trasfigurazione della realtà a cui, inizialmente, si abbandona l’insicuro Mimì
lasciandosi trascinare in una favola surreale dislocata in una dimensione spazio
temporale impossibile da definire.
Infine, cederà al richiamo del vento, alla sirena della nave e al rumore del
treno, anche Felice.
Inevitabilmente, sembra di avvertire in lontananza, l’eco “fischio del treno”
foriero di fauste novelle, che abbandona le pagine pirandelliane per migrare
sulla stilizzata piattaforma caspanelliana.
Testimonianza che anche i temperamenti duri e restii sono destinati a
sciogliersi come il ferro che, quando si trova in prossimità di temperature
elevate, si liquefa.
E ad affacciarsi da quel balcone non sono più occhi annebbiati ma sguardi
vigili, pronti a carpire sogni che si librano “’Nta ll’aria”.
Sull’onda della percezione, i confini di un angusto e scomodo scenario si
sgretolano, lasciando spazio ad un osservatorio mobile che fluttua
nell’inconsistenza e nell’astratto, consentendo di attraversare, per poi
immortalare sulla tela, paesaggi che solo l’insaziabile esploratore può
scoprire.
In quelle parole provinciali ed in quelle laconiche frasi oscillanti tra il
detto e il non detto sembra di leggere le attese, i timori, gli addii e le
partenze dei tre amici di provincia riuniti attorno a “Rosa”, lo spettacolo che
andò in scena la scorsa stagione teatrale alla Laudamo, inconfondibilmente
sigillato e confezionato dalla penna di Tino Caspanello che ritorna a Messina
con “’Nta ll’aria”, accompagnato da Cinzia Muscolino e Andrea Trimarchi.
Giuseppina Dandone – www.normanno.com
“…Nta ll’aria di Tino Caspanello al Teatro Sybaris. Due operai, uno burbero uno svagato, lavorano a dipingere un balcone di ferro di un palazzo, quando la loro routine è sconvolta dal sopraggiungere di una misteriosa ragazzetta, che dopo essersi introdotta nell’appartamento disabitato prima vince la loro diffidenza offrendo caffè e altri generi di conforto che estrae dalla sua sacca, poi piano piano li fa scivolare in una dimensione sognante, sempre più lontana dalla realtà quotidiana. Il più infantile dei due la segue subito e con entusiasmo, ma alla lunga anche la scorbutico supera le loro diffidenze, e i tre si ritrovano affacciati al balcone a contemplare l’esterno con occhi nuovi. La piccola fiaba poetica è molto gradevolmente recitata da Cinzia Muscolino, Andrea Trimarchi e Tino Caspanello, quest’ultimo anche regista.”
Masolino D’Amico – La Stampa – 10 giugno 2007
"... il nuovo lavoro di Tino Caspanello, 'Nta ll'aria, è una piccola partitura preziosa per due imbianchini e una meravigliosa figura femminile (a cui Cinzia Muscolino regala toni gentilmente svagati alla Gelsomina)"
Sara Chiappori - Diario - 29 giugno 2007
“Ci sono due tracce da seguire per intendere a fondo il senso del nuovo spettacolo della compagnia messinese “Pubblico Incanto” guidata da Tino Caspanello: l’autenticità e la necessità. Lo spettacolo (testo e regia di Caspanello con in scena lui stesso, Cinzia Muscolino e Andrea Trimarchi) è intitolato “’Nta ll’aria” e lo abbiamo visto sabato scorso nel contesto di “Teatri in Città”, la rassegna teatrale, tanto spartana quanto raffinata e interessante, che l’associazione Nave Argo organizza a Caltagirone e ch’è ormai giunta alla sua tredicesima edizione. E non è certo inutile ribadire ancora qui quanto sia straordinario il lavoro di questa associazione che in un contesto quanto meno difficile per la sopravvivenza di una vera realtà teatrale continua caparbiamente a proporre progetti ed esperienze di seria ricerca teatrale.
Due operai lavorano a dipingere un balcone: gesti che si ripetono lenti, il tempo è come fermo, poche parole, idee che non possono avere la forza di diventare azioni; la loro vita scorre così, ma ad un certo punto una presenza femminile, un incontro forse fortuito forse no, rende vita e magia quell’esistenza. E non a caso è il più tonto dei due ad accorgersene prima, a percepire per primo il senso di ciò che sta accadendo, ma anche l’altro non potrà che arrendersi all’evidenza di quel misterioso barlume di senso che li sta investendo. Ma dicevamo dell’autenticità e della necessità. Caspanello è un artista che lavora sulla rarefazione delle immagini, dei colori, delle azioni, delle parole, eppure immagini e colori ci sono e normalmente, come anche in questo lavoro, sono assai affascinanti. Le azioni ci sono ma scorrono segrete, silenziose e si palesano alla vista del pubblico solo quando hanno raggiunto il loro effetto nella costruzione drammaturgica dello spettacolo. E così le parole: non dicono espressamente, ma, nella teatralissima musicalità garantita dall’uso integrale del dialetto di Pagliara, alludono piuttosto, e solo dopo, magari molto dopo, essere state pronunciate capisci davvero cosa volevano dire e cosa stavano apportando al senso ultimo dello spettacolo. Autenticità è in questo spettacolo di Caspanello la percezione chiara che nulla di quanto si vede poteva evitarsi o poteva essere scritto in modo minimamente diverso. Necessità invece è la consapevolezza che il senso di questo spettacolo ci riguarda davvero: che ci riguarda la magia di un incontro che, se accolto, trasforma finalmente in vita il tempo e lo dilata, ci rende capaci di vederli i colori che ci circondano, di percepire la gioia anche quando non sapremmo davvero di che gioire, capaci di fermarci davvero anche solo per un caffè perché non è tanto di quel caffè che abbiamo bisogno quanto della totale, intelligente e umanissima inutilità di quel gesto. Davvero giustamente in questi anni “Pubblico Incanto” ha ricevuto importanti apprezzamenti da critica e pubblico; davvero giustamente Nave Argo ha voluto questo spettacolo nel cartellone di “Teatri in Città” e una realtà importante per la ricerca teatrale come il “Libero” di Palermo ha voluto produrlo.”
Paolo Randazzo – Centonove – 31 agosto 2007
“E’ nato forse un nuovo teatro, quello della percezione e della delicatezza? Ce lo chiediamo da tempo seguendo l’attore ed autore siciliano Tino Caspanello che intende, come lui stesso afferma, “ricostruire, in una visione metafisica, quelle piccole folgorazioni quotidiane che troppo spesso sfuggono alla nostra percezione, cogliendo l’istante, per viverlo come tempo dell’anima e comunicarlo”. E proseguendo il suo cammino nella drammaturgia contemporanea, Tino Caspanello, nativo di Pagliara (Me) e la sua compagnia Teatro Pubblico Incanto, hanno proposto a Caltagirone (Ct) la nuova pièce “’Nta ll’aria” dello stesso Caspanello, all’interno del XXIII festival di teatro contemporaneo “Teatri in città” organizzato da Fabio Navarra e Nicolaeugenia Prezzavento dell’Associazione Nave Argo, con il supporto dell’assessorato Regionale ai Beni Culturali e alla compartecipazione dei Comuni di Caltagirone e San Michele di Ganzaria. Seguendo lo stesso filo di delicatezza dei suoi precedenti lavori (“Mari”), rivolgendosi, in puro dialetto messinese, al detto e soprattutto al non detto ed a ciò che si tiene dentro, l’autore ed anche interprete della pièce, su una scena essenziale (la ringhiera di un balcone da pitturare) fa muovere due operai, due imbianchini, Felice e Mimì, intenti in una delle solite e barbose giornate di lavoro, a dipingere di nero la ringhiera di un balcone di una casa qualsiasi. I due operai, uno burbero e di poche parole e l’altro più portato alla chiacchiera senza chissà quali scopi, tra un dialogo che denota la loro semplicità, cercano di portare a termine il loro lavoro. Ma ad un certo punto irrompe nella loro incolore giornata una misteriosa figura di donna, una vagabonda sognatrice, una che sa ascoltare il rumore del treno, del vento. E la donna, a poco a poco, truccandosi e travestendosi, tirando fuori dalla sua borsa caffè, pane e vino, riesce a provocarli e a fare scattare in loro la molla della curiosità verso alcuni aspetti della vita prima ignorati. Nel breve, ma efficace e pregnante di significati, lavoro di Caspanello (circa 50’), ancora una volta si segnala la musicalità del dialetto messinese, che contribuisce a creare nel dialogo fra i tre personaggi una tensione evocativa e surrealee di notevole livello. Alla fine è proprio la donna a vincere la resistenza dell’operaio più restio al dialogo che lascia momentaneamente il proprio lavoro, rimanendo coinvolto totalmente con l’amico -collega, in una atmosfera rarefatta e di sogno. Tutto su un balcone, che riesce ad isolare i tre personaggi ed a porli su una sorta di piattaforma dove autentici protagonisti sono il sogno e la fantasia: dimensioni lontane dalla cruda e sempre uguale realtà quotidiana. Pièce, come detto, estremamente evocativa, leggera e sognante, in pieno stile dell’autore Tino Caspanello applaudito nel ruolo dell’operaio più burbero, assieme ad Andrea Trimarchi (il collega più svagato e più infantile) ed a Cinzia Muscolino nei panni della donna misteriosa e dall’aria gentilmente svagata. La regia e la scenografia sono di Tino Caspanello. Lo spettacolo, scritto da Caspanello ad inizio del 2007, è coprodotto da Teatro Pubblico Incanto e Teatro Libero Palermo - Stabile di Innovazione della Sicilia, ha debuttato il 7 giugno 2007 al Teatro Sybaris di Castrovillari per il Festival Primavera dei Teatri.”
Maurizio Giordano – dramma.it – settembre 2007
Ma soltanto l’illusione ci fa uscire dalla gabbia
“Assistendo a una messinscena di Tino Caspanello e del Teatro Pubblico Incanto, è spontaneo, quasi necessario, il confronto con le rappresentazioni della più nota compagnia Scimone-Sframeli. Non solo, banalmente, per l’uso del dialetto messinese (che nel primo ha un suono diverso attingendo alla parlata di Pagliara), quanto per lo spunto narrativo che mette a fuoco un angolo del mondo, un frammento di vita in apparenza insignificante. E se l’autore di “Nunzio” e di “Bar” lascia intuire un’inquietante realtà esterna grazie a un verismo distorto dal linguaggio iterativo e straniante, in “’Nta ll’aria” di Caspanello (che fa anche da interprete e regista) il realismo fa spazio pian piano a un vortice di libere associazioni di parole la cui eco non può che spegnersi nell’anima.
In questa occasione il piccolo “universo” non è che un balcone, sul quale due operai sono svogliatamente intenti a scartavetrare una ringhiera metallica che poi dovranno verniciare di nero, “comu na jaggia”.
Caspanello risolve con genialità anche la scenografia, appendendo nel vuoto di un fondale buio i nastrini rossi di una tenda antimosche. Sugli attori le luci ferme di una giornata di sole, tra cinguettii di uccelli e frinire di cicale.
Come le parti razionale ed emozionale di un unico personaggio (i due non hanno un nome), il primo è arcigno e introverso (lo stesso Caspanello), l’altro ingenuo e svampito (Andrea Trimarchi). Entrambi, si confidano, sono vittime di una insopportabile solitudine. E’ qui che spunta inattesa e inopportuna una terza figura, una donnina con un cappotto giallo (interpretata con stralunata poesia dalla sorprendente Cinzia Muscolino), forse mandata dal “padrone” ma che potrebbe essere appena fuggita da un manicomio o aver preso vita da un bozzetto di Fellini.
Distraendo sempre con più forza i due manovali dal loro lavoro, finirà con il coinvolgerli in un gioco di illusioni, come solo dei bambini (o dei teatranti) saprebbero fare. Chiudendo gli occhi (restando un po’ “’nta ll’aria”, appunto, con la testa tra le nuvole) è possibile vedere ciò che è invisibile, può esserci sempre una festa là fuori o anche un cacciatore pronto a spararci col suo fucile.
Ma l’artificio della fantasia, della creatività permette anche sogni a occhi aperti. Così, ai due operai, ormai in preda al rapimento visionario dell’intrusa, basterà decidere se restare imprigionati nella “gabbia” grigia di quel ballatoio, o affacciarsi su uno scenario inconsueto e magari, trasgredendo gli ordini, imporporare con un rossetto le barre di quella ringhiera.
“’Nta ll’aria”, dopo aver trattenuto col fiato sospeso il pubblico per poco meno di un’ora, ha ricevuto i meritati applausi nella Sala Laudamo (nell’ambito di “Paradosso sull’autore”) dove stasera è prevista l’ultima replica. Tornerà in scena al Teatro Libero di Palermo dal 1 al 19 gennaio prossimi.”
Fausto Cicciò – La Gazzetta del Sud – 25 novembre 2007
Lento ma
inesorabile, come il tempo. Tino Caspanello torna a Messina con un atto unico
delicato e sognante, che ha debuttato al Teatro libero di Palermo il 18 gennaio.
Suoi il testo e la regia. E la parte di protagonista, insieme ad Andrea
Trimarchi e Cinzia Muscolino.
“’Nta ll’aria” è una
fiaba leggera, come l’aria, sotto la quale scorre la vita. Inizia in sordina,
due operai che lavorano su un balcone, poche parole, lunghi silenzi. Si fa
strada attraverso battute che sembrano non aggiungere niente al niente. Cresce
quando accade l’evento che non è un evento, l’ingresso di una figura femminile,
sconosciuta e spaventosa nella sua innocenza. Tocca il suo apice quando, alla
fine, anche il più restio dei due uomini si convince a uscire dalla routine di
chi si lascia vivere, di chi agisce senza chiedersi perché, anestetizzato dalla
solitudine e dalla paura di provare dei sentimenti.
Ci vuole un miracolo per uscire da questa condizione, un disturbo, imprevisto e
sconvolgente come una piccola infrazione alla norma sociale, non per male, ma
proprio per sfuggire a quella norma di cui nessuno sa dare una spiegazione.
Imprevisto e sconvolgente come un atto di generosità, minimo e al contempo
vitale. Perché può salvare la vita, può aprire gli occhi sull’invisibile,
chiudendoli su ciò che appare, ma è soltanto una superficie.
www.tempostretto.it - 25/11/2007
“Messina -
Continua la stagione di prosa alla Sala Laudamo che ieri sera, per la sezione
monografica “Paradosso sull’Autore”, curata da Dario Tomasello, ha ospitato “Nta
ll’aria” di Tino Caspanello, autore e regista messinese.
La scena si apre su un balcone. Al centro due operai, uno burbero e uno svagato,
intenti a pitturarlo. La loro conversazione è pura routine, parole senza senso,
che nascono solo dall’esigenza di far scorrere i minuti, lenti e inesorabili. A
sconvolgere la monotonia è il sopraggiungere di una misteriosa ragazza che non
sa dove andare. Si introduce così nell’appartamento disabitato e, una volta
vinta la diffidenza dei due operai, tra un caffè e un bicchiere di vino, li fa
scivolare in una dimensione sognante, sempre più lontana dalla realtà
quotidiana.
Come ha dichiarato lo stesso Caspanello, “Nta ll’aria è un luogo dell’anima,
dove potersi anche rifugiare, una dimensione non necessariamente negativa”. Una
gradevole rappresentazione che ha visto, accanto al regista messinese,
anche una
convincente interpretazione di Cinzia Muscolino e Andrea Trimarchi.”
Eleonora Rao - Messina webtv - 23/11/07
Felicità e solitudine
Una vita “Nta ll’aria”
La complessità dell’esistenza, messa in scena, con una semplicità disarmante e con un linguaggio quotidiano fatto di frasi ripetute nel tempo. E’ questo il cuore di “’Nta ll’aria” che ha debuttato mercoledì al Teatro libero, coproduzione fra lo stabile di innovazione palermitano e il Teatro Pubblico Incanto.
Ci sono due imbianchini impegnati a ridipingere il balcone di una casa anonima e c’è una donna che piomba nella loro vita in equilibrio tra la follia e la più spiazzante saggezza. Quel balcone diventa nello spettacolo l’orizzonte della vita, quella linea immaginaria oltre la quale non si può guardare, o oltre cui si nasconde “tutto il mondo”. Il testo di Tino Caspanello – in scena con Cinzia Muscolino e Andrea Trimarchi – curatore della regia, tratteggia con il dialetto siciliano le sfumature più profonde del vivere, celate fra gli automatismi in cui l’umanità è ingabbiata. E si parla di solitudine, di gioia di vivere, di casa e famiglia, fra una tazza di caffè, un bicchiere di vino e un pezzo di pane.
Brillante nella sua essenzialità, lo spettacolo mette in prima linea personaggi che predicano i bisogni atavici degli esseri umani, fra tutti quello della felicità.
Claudia Brunetto – La Repubblica, Palermo – 19 gennaio 2008
Quando la normalità uccide le emozioni
La concitazione e la frenesia della realtà che ci circonda spesso offre solo la possibilità di lasciarci assimilare diventandone ingranaggio o forse peggio offre l’alternativa di rimanere avulsi e quindi nuovamente vittime. Però poesia e aliti fiabeschi continuano ad esistere e ad essere vicini a chi riesce ancora a riconoscerli e a goderne. ‘Nta ll’aria di e con Tino Caspanello in scena al Teatro Libero fino a domenica prossima, della possibilità dell’emozione è una delicata e toccante interpretazione. La scena si sviluppa su un balcone sul quale due imbianchini ne stanno curando la manutenzione della ringhiera in ferro, ma la routine della normalità è facile da violare. Basta che arrivi qualcuno di non atteso, basta porgere i sensi a parole nuove, basta chiudere gli occhi e provare a cercare con lo sguardo tutto quello che nella luce può sembrare occultato. Tino Caspanello insieme ad Andrea Trimarchi e a Cinzia Muscolino, di questo spettacolo dai toni apparentemente surreali ne fanno una riuscita favola di vita vissuta. Una storia che trasfigurando degli ingrandimenti di fugace quotidianità rimarca quanto e comunque siamo vittime di condizionamenti che non fanno altro che impedirci di comunicare con noi stessi e il prossimo, che ci fanno diventare protettori di una presunta normalità che spesso sembra solo terrore della possibilità di dover provare ad accettare qualcuno o qualcosa diversi da noi. Ed è così che riescono a scoprire quanto è buono il caffè che rimane nei fondi delle tazzine dei bar o quanto può essere bello programmare una passeggiata domenicale dopo una settimana di lavoro, o quanto ancora può emozionare essere un po’ svagati e con la testa fra le nuvole, un po’ ‘Nta ll’aria appunto. Questa deliziosa messa in scena, fluida e dal linguaggio semplice risulta anche musicale e cadenzata grazie al dialetto messinese utilizzato e alla buona interpretazione dei personaggi. Sicuramente da sottolinea come la regia di Caspanello riesce a non far mai sembrare poco lo spazio della scena (un piccolo balcone) e come la tristezza e la solitudine dei personaggi non strazi mai di dolore, anzi strappa sorrisi.
Christian Chiaruzzi – Il Giornale di Sicilia – 21 gennaio 2008
INTERNO
di Tino Caspanello
con
Tino Calabrò, Tino Caspanello
Costumi: Cinzia Muscolino
Assistenti alla regia: Cinzia Muscolino, Marco Villari
Musica: Nina Simone
Scena e regia: Tino Caspanello
In collaborazione con l’Associazione Santarcangelo dei Teatri
Due uomini, un legame, la necessità di reinventare le parole, l’urgenza di tornare ad ascoltare il suono della voce, di una voce che non possiede più alcun suono. E la vita s’aggruma in un microcosmo che la memoria scompone, poiché, nell’instancabile sequenza degli istanti, nel ribattere ossessivo di silenzi ostinati, insopportabile sarebbe la linearità del tempo, la spietata linearità di un tempo. Così si illuminano, lungo il percorso, le brevi tappe di due esistenze che intersecano ancora lotte, abbracci, ricatti e compromessi. Piccoli fuochi per comprendere, per non soccombere, per riconciliarsi col buio.
Un testo nasce quasi sempre da una suggestione, ma un testo nasce soprattutto da interrogativi, continua a proporli lungo il suo sviluppo e li porge infine, attraverso la sua realizzazione scenica, a un pubblico. Un testo apre spesso ferite che vorremmo non vedere, che vorremmo non sentire. Ma un Teatro “indolore” non serve a nessuno.
INTERNO ricostruisce una storia per frammenti, assegnando a ogni elemento compositivo – luogo, arredi, oggetti, episodi, parole – il valore di tessere musive che aiutino il protagonista a ricomporre il quadro complesso di una storia, di una parte di quella sua storia vissuta, per un certo tempo, accanto al partner. C’è una urgenza nella scrittura, in questa scrittura; una urgenza focalizzata su riflessioni che sono ancora il centro di un conflitto politico, culturale, sociale e antropologico e che si possono, ancora purtroppo, riassumere in un’unica parola: “diversità”. Cosa ci rende diversi l’uno dall’altro? Qual è l’elemento che decide la nostra appartenenza a una parte piuttosto che a un’altra? E’ il colore degli occhi? E’ il linguaggio o la forma del cranio? Ma cosa ci rende uguali? La capacità di amare? La dignità di essere viventi? Il pensiero? E ancora: perché abbiamo, o ci impongono di avere, la necessità di “normalizzare”, di definire, classificare, costruendo così, troppo spesso, barriere di pregiudizi e di sentenze sommarie?
INTERNO è una casa, è la forma di una stanza, è l’intimità di un rapporto che si nutre e si consuma sul limite di una comunicazione e sulla soglia dell’incomunicabilità; è la calma di un amore, è la disperata quiete di un amore e la rabbia dell’impossibilità, ancora una volta, di definirlo.
Rassegna stampa
Totalmente scavato nel senso del silenzio e dell’attesa il percorso teatrale della compagnia messinese “Pubblico Incanto” si arricchisce di una nuova tappa: si tratta di “Interno”, lo spettacolo che, montato in residenza a Rimini grazie alla collaborazione con “Santarcangelo dei Teatri”, ha debuttato il tra il 25 e il 27 febbraio scorsi nello spazio di Sala Laudamo a Messina Il contesto è la rassegna di teatro contemporaneo “Paradosso sull’autore”, diretta da Dario Tommasello per il Teatro “Vittorio Emanuele”. Testo e regia sono di Tino Caspanello con la collaborazione (importante) di Cinzia Muscolino che ha realizzato anche i costumi, le luci di Maria Concetta Riso, l’unico brano musicale è “Don’t explain me” (un blues bellissimo) di Nina Simone, in scena infine, insieme con Caspanello, ancora Tino Calabrò (di cui bisogna notare subito una ben matura capacità interpretativa). Si diceva che il teatro di questa compagnia è scavato nel senso del silenzio, dell’attesa e delle mille varianti di queste dimensioni (vuoto, oscurità, contemplazione, memoria, autenticità, inquietudine, necessità, fuga, viaggio, sogno), ed anche in questo caso sono queste dimensioni le prime coordinate da cui partire per capire questo spettacolo. In scena ci sono due uomini: uno attende a lucidare lentamente un paio di scarpe nere, un gesto antico e quotidiano che riporta tutto automaticamente ad una dimensione d’intimità domestica, l’altro è affetto da un male incurabile che lo costringe rigido su una sedia ad una quasi integrale immobilità e al silenzio. Tra loro c’è probabilmente una relazione amorosa di cui resta vivo nella memoria, ed ancora carico d’emozioni, il momento iniziale, ma c’è soprattutto la necessità che in qualche modo la loro comunicazione amorosa continui, la quotidianità affettiva non sia interrotta da dolore e malattia. In questo contesto il fatto che sia uno solo a poter ancora materialmente parlare non rende in nessun modo il senso del monologo: certo parla uno solo, ma si tratta assolutamente di un dialogo vero, cercato, desiderato, preteso persino con forza, un dialogo vivo sebbene fatto di pochissime parole, magari reinventate e appena accennate con le disperanti freddezza e lentezza di qualche piccolo espediente tecnologico (un campanello che parla usando suoni lunghi o brevi). Si tratta di mani e dita alzate appena, si tratta sopratutto di occhi e sguardi che testimoniano amore e dolore e bisogno, dignità, rabbia, morte («staccami la spina…»), intimità, frustrazione, smarrimento. Non c’è un lineare percorso narrativo in questo spettacolo, ma alla fine, mentre le note struggenti del pezzo della Simone arrivano al pubblico e si dispiegano irresistibili come un’ onda, ogni cosa trova il suo posto, i frammenti dispersi di senso, di vita, d’affetto, di dolore, si compongono, la comunicazione appare chiara e chiaro appare anche il senso politico di questo lavoro. Seppure infatti il teatro di Caspanello non sia quasi mai politicamente esplicito non c’è chi non capisca quanto senso politico possa esserci nel parlare oggi, proprio oggi, in uno spettacolo semplicissimo e potente, di dignità e di amore, di morte e di rispetto dell’intimità.
Paolo Randazzo – www.dramma.it
Nuovamente la scuola drammaturgica messinese sulla scena di Messina: per il cartellone Paradosso sull’autore, curato da Dario Tomasello, torna alla Sala Laudamo Tino Caspanello, autore, regista e attore di Interno, che interpreta con Tino Calabrò.
Due pile o una spina? Unisce e divide i personaggi in scena soltanto un modo diverso, e contrario, di concepire la carica elettrica, metafora patente e ancora moderna della vita, metafora scoperta calata nella scena difficile proposta dal messinese, riempita a forza di speranza in un assolo cantato a due voci, una quasi fantasma.
C’è un giovane assistente, interpretato da Calabrò, che sta sempre sulla sinistra, si muove nervoso, guarda in faccia l’uomo a destra e poi gli volta il viso, si nega ma sempre si presta, e comunque continua, quasi instancabile, a parlare, e tifa per la vita.
E sempre tifando sfodera da un pacchetto rosso, con l’enfasi del resistente indefesso, il suo strumento di salvezza: una pulsantiera a pile fresca fresca di negozio, regalo, forse tardivo, destinato all'uomo più maturo.
È il suo “secondo” sulla nave in difficoltà, o il suo capitano, quest'uomo a cui fare ogni giorno la barba, da abbracciare o soffocare? Sta a destra, lui non nervoso, come sembra, lui immobile, sulla sua sedia, fissato senza smorfie e apparentemente senza sensi alla convergenza di tre fili bianchi tesi sulla scena nera: il punto.
Il punto: vestito e concretato nel corpo di un Caspanello tenace nella corazza di inerzia del suo personaggio, calatagli addosso con perfetta verosimiglianza.
Ma il punto è anche che l’assistente non molla: è un amico e soprattutto è il compagno che ricorda con nostalgia, e su questa nota Calabrò ha un buon tocco e delicato, la prima volta che ha ballato con un uomo, e lo racconta pure, per l’ennesima volta, proprio al ballerino d'allora, quel personaggio ora inerme. Raccontare la storia, reiterare l’inizio: è forse il solo suo modo per continuare ad amare.
Ma il suo in-fermo, avvolto in una malattia edulcorata e fissata con le parole “ il tuo stato” sa che questa frasetta minimale e ben bilanciata dell’amico è tutto un programma, e rabbrividisce invisibilmente, forse nei recessi della muscolatura liscia che gli è rimasta viva e dispersa nel profondo, raggela a quel programma che i due hanno davanti, continuare così chissà fin quando. Non vuole vivere. Vuole “staccata la spina”.
Il giovane lo dice subito che le analisi del malato “sono buone”, quasi non si può dire che sia malato, con quell’indice che si ritrova, e si ritroverà a lungo, attivo per dire al mondo infinite parole, basta che le decidano in due, basta che alla “cosa” si rimetta “suono”, digitale invece che vocale: come la musica, quando non ha il cantante, ma è bella comunque.
E Caspanello, in quella musica che noi non sentiamo, lascia che il suo personaggio resti appeso al suo dito, l'unico “pezzo” mobile del suo corpo, l'unico mezzo per dire, a parte gli occhi.
A quel personaggio, quasi toccato dalla bacchetta di un dolore paralizzante, resta lo sguardo e il tocco. E quando sugli zigomi cessano di arrampicarsi i muscoli per la gioia, o per qualche sprazzo di restante allegria, resta un indice che potrebbe, certo, può dire in un alfabeto morse personalizzato per due: “sto ridendo”.
Ma forse il malato non vuole “stare ridendo” e a ben vedere non vuole neppure “stare” e basta, e inaugura il gioco doloroso proposto dall’amico, riformare le parole in una nuova lingua, con: “stacca la spina”, è il suo primo vagito sulla pulsantiera, lacerante, e inaccettato.
Il ragazzo gli grida: “tu non hai spina”. È vero.
Ora è stanco anche il suo paroliere, è stanca la volontà che aveva pronta, è stanca la scatolina di latta azzurra piena di appunti di parole e segni corrispondenti per ricordare come parlarsi. Il ragazzo non ha voglia di ricaricare le batterie esauste della pulsantiera, vuole il proprio silenzio. Prima tutto infuso nel suo furore di salvezza, ora vuole tacere; prima tutto contento dello strumento per sfondare il silenzio, ora è tutto triste e soltanto quel silenzio cerca.
Così sono passate le ore, i giorni, forse i mesi. Forse sono passate anche le sue orecchie avide di ieri, prive del sibilo della parola che l’amico non ha voluto dire, e che giace in un biglietto dimenticato in fondo alla scatolina: “grazie”? “ti voglio bene”? “voglio vivere”?
Domani lui comprerà le pile nuove. Per un giorno niente pile. E vuole precisare, amaro: io non sono cattivo.
Fabrizia Vita - 98/100 – 28 febbraio 2011
Il doloroso dialogo muto di due amici tra dubbi e paure.
Drammaturgo, regista, scenografo, attore, Tino Caspanello, messinese di Pagliara, è un autore teatrale capace di portare in scena il classico a nuovo con successo, come testimoniano i suoi trentacinque spettacoli che comprendono antologie poetiche e pièces di autori quali Pirandello, Calvino, Melville insieme a testi originali molto apprezzati dalla critica e dagli addetti ai lavori. Basti pensare a “Mari”, spettacolo che ha ottenuto nel 2003 il Premio Speciale della Giuria del Premio Riccione, presentato anche in una mise en éspace a Marsiglia, e Strasburgo e tradotto in francese dalle Editions Espaces 34 mentre l’altro testo “Nta ll’aria” è stato inserito nell’antologia “Senza corpo”.
Per la rassegna Paradosso sull’autore della Sala Laudamo Caspanello ha scelto un testo fortemente intimistico ed esistenzialista da titolo emblematico di “Interno”, che penetra dentro la realtà claustrofobica di una stanza dove si anima un dialogo tra due amici, di cui uno, interpretato dallo stesso autore, immobile e costretto al silenzio, che riesce a comunicare solo con dei suoni meccanici. Un microcosmo cupo e angusto, che delinea una realtà di stasi e depressione generale e personale, in cui i due protagonisti, costretti a un dialogo muto dalla malattia, ricostruiscono ansie e attese di una vita vissuta, memorie, ferite, desideri spenti.
“Cosa resterà di noi?”, è l’interrogativo che si ripete nelle parole ripetute da Tino Calabrò (attore formatosi nell’Accademia d’arte drammatica della Calabria e impegnato da tempo nel Teatro Pubblico Incanto), mentre scorre il quotidiano fatto di gesti semplici come il taglio della barba. Uno dei temi focalizzati da Caspanello è quello dell’incomunicabilità che caratterizza molti rapporti contemporanei e soprattutto la difficoltà di capire e vivere le diversità dell’altro e di offrire ascolto autentico. Si affollano tante domande, tanti dubbi esistenziali, tante paure, ma anche tentativi di comprendere il ruolo dell’amore che scioglie le paure e offre dignità e solidarietà. “Interno” – costumi e luci di Cinzia Muscolino e Maria Concetta Riso – è un testo asciutto, non facile, pieno di simboli, caratterizzato da una lentezza scenica che sembra evidenziare la necessità di una riflessione sul tempo che scorre.
Sergio Di Giacomo – La Gazzetta del Sud – 27 febbraio 2011
ROSA
di
Tino Caspanello
con
Cinzia Muscolino
Andrea Trimarchi
Tino Calabrò
Tino Caspanello
suono
Giovanni Renzo
assistenti alla regia
Giovanna D’Amico
Noemi Quarantelli
scena e regia
Tino Caspanello
Un lieve racconto che svela gli affetti, le ragioni di un viaggio, le ragioni di una rinuncia.
Quattro amici, la loro storia sospesa tra un eterno presente e un continuo vagare temporale, quasi imprigionati in una non volontà, una condizione in cui solo il gioco può alleviare il dolore dell’allontanamento e della perdita.
Carmelo, Angelo, Nicola e Rosa, in scena, sembrano ora rievocare, ora vivere, o rivivere, il progetto di un viaggio, una fuga. La vita, però, con le sue metafisiche coincidenze, se a volte ci spinge a cambiare la rotta, tante altre volte ci toglie il respiro. Il tempo allora si ferma, si congela in un istante che diviene eternità, unica salvezza.
Qualcuno riesce a partire - un atto di coraggio, di paura - riesce a prendere un treno, il primo treno che passa; altri non vogliono più.
E le cicale cantano, cantano, mentre la sera finisce, dorata, tra un latrato di cane e una voce di madre che chiama il bambino.
Tino Caspanello
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“… Da Pagliara, nel messinese, arrivava invece Tino Caspanello, autore, regista e interprete assieme ad altri tre attori di Rosa, dove si avvicendano i dialoghi di quattro giovani di paese che spesso parlano solo a se stessi, monologando con la propria incapacità di trovare un senso a queste giornate sospese in un vuoto senza prospettive, nella finta attesa di un treno per evadere almeno nel sogno da un futuro a cui non è facile sottrarsi, anche se qualcuno già è sparito. Un’intensa atmosfera senza vie d’uscita che ha trovato al debutto la riprova da un incidente memorabile: non è servito a dissolvere la tensione il lungo momento-verità causato dal protrarsi del trillo di un cellulare dalla platea per 14 inesorabili minuti, vissuti con angosciato coraggio dagli interpreti, come se un metronomo ne esaltasse la suspense.”
Franco Quadri – Ubunews – www.ubulibri.it
“… Ma una piccola sorpresa che va segnalata viene dalla Sicilia, dove in provincia di Messina lavora la compagnia Pubblico Incanto, attorno a Tino Caspanello. Tre giovani (tra cui lo stesso autore e regista) e una donna in scena per Rosa. Una avventura sognata che potrebbe diventare una fuga, ma che intanto, mentre viene fantasticata nei suoi particolari, diventa il metro della quotidianità presente. Costumi che vorranno essere liberati, e condizionamenti e pigrizie che intanto gravano come massi. Una promiscuità sognata, per raccontare l’identità debole di oggi. Un viaggio che si compie nello spettacolo, perché quello vero forse non avverrà mai. Una scrittura che come molto di questo teatro “di primavera”, racconta i nostri giorni senza nessuna voglia di subirli passivamente nell’ordine.”
Gianfranco Capitta - Il Manifesto – 14 giugno 2006
“… Non a caso si consuma in Sicilia lo strappo tra i quattro amici protagonisti di Rosa, testo corale che, dopo il successo di Mari, conferma la forza evocativa della scrittura di Tino Caspanello. Con la consueta rarefazione scandita dalla musicalità del dialetto, la partitura scenica si articola stavolta su due diversi piani temporali, quello orizzontale, sospeso, di chi non è partito, e quello furiosamente verticale di chi invece il treno l’ha preso e non è mai tornato. Sgombrato il campo dai cliché sociologici, Caspanello solleva con gesto lieve e tagliente entrambi i lembi della ferita dell’emigrazione, seguendo i capricci del caso, impietoso nel mandare in frantumi i fragili equilibri di un’amicizia amorosa che sfida pacificamente le convenzioni. La nostalgia per una terra inattingibile anche se mai abbandonata echeggia nel canto delle cicale che accompagna come una linea di basso continuo, interrotta solo a tratti da un latrare lontano e da voci femminili ancora più lontane, il repertorio di giochi infantili squadernato per arginare un dolore da cui tutti, sia quelli che sono partiti sia quelli che sono rimasti, cercano inutilmente di fuggire.”
Andrea Nanni – Hystrio - n. 3, 2006
Quasi impalpabile è Rosa, la nuova opera del messinese Tino Caspanello anche questa in prima nazionale a Castrovillari, che l’autore interpreta con Cinzia Muscolino, Andrea Trimarchi e Tino Calabrò, dando vita a un quadro di umani sentimenti tanto rarefatti, quanto intensificati dal continuo rimbalzo da un personaggio all’altro, in una situazione di attesa resa infinita dalle continue perdite. E’ come se l’autore-attore avesse voluto dilatare scrittura della sua precedente e riuscitissima messinscena, lasciando emergere altre emozioni, in un altro elemento, la terra in contrapposizione all’acqua sulla battigia, nell’infinito sciabordio di Mari, appunto. Il luogo dell’azione di Rosa potrebbe essere una stazione (di treni? di bus?), ma la partitura sonora di Giovanni Renzo non concede mai rumori che permetterebbero di identificare il luogo, al contrario, dal frinire delle cicale, il quartetto potrebbe svolgersi in un tranquillo giardino, magari a Pagliara, dove ha sede Pubblico Incanto, la compagnia di Caspanello.
Mariateresa Surianello – Aprile, giugno 2006
“…Ma l’ombra lunga di Beckett sembra proiettarsi anche su Rosa, della Compagnia Pubblico Incanto, una sorta di Aspettando Godot in siciliano, ove la partenza diviene un luogo dello spirito, metafora di una irrequietezza esistenziale, come per gli ebrei erranti di Joseph Roth. La logica drammaturgia del gruppo – già apprezzata nel minimalista, evanescente Mari, visto lo scorso anno – qui si articola su quattro voci (una donna solista e un coro di tre uomini), secondo una partitura spazialmente rigorosa quanto volutamente slogata nei rimandi temporali.”
Claudio Facchinelli – Sipario, novembre 2006
“… L'autore-attore messinese Tino Caspanello e gli altri componenti della compagnia Pubblico Incanto - a Milano per una breve «personale» - sfuggono a frettolose classificazioni per cliché geografici e generazionali. Anzi, è da subito evidente la ricerca di uno stile decisamente originale rispetto a tanti gruppi che vengono dal Sud.
Colpisce, in questo senso, l'uso che fanno del dialetto, che non viene spinto - come spesso avviene - verso l'accesa esasperazione espressiva, ma resta invece trattenuto nelle sue risonanze raccolte, quasi introspettive. E poi il disagio esistenziale, il male di vivere nelle contraddizioni della propria terra e di volerne a ogni costo fuggire non tende mai all'esplicita denuncia, al lamento, all'invettiva, ma si risolve piuttosto in un'impalpabile trama allusiva, nella reticenza, nel non-detto. È insomma, il loro, un teatro che al di là della forte matrice linguistica tende a scarnificarsi, a perseguire una sorta di scarno minimalismo.
Più che al robusto scavo antropologico, questa storia immobile, circolare, di quattro amici che attendono un metaforico treno, che vorrebbero salirvi per andare chissà dove, ma poi neppure comprano i biglietti, sembra rimandare a una scrittura vagamente pinteriana: di certe pièce dell'autore inglese Caspanello ricalca il gioco dei silenzi, le pause di vuoto e il continuo sfasarsi dei piani temporali, il sovrapporsi di realtà e memoria che rende incerta la consistenza dei personaggi e delle loro azioni. Chi è l'invisibile Saro? E Rosa, cui il testo non a caso è intitolato, è partita, ha solo sognato di partire, o sono gli altri ad aver sognato che partisse?
A questa costruzione verbale minuziosa, precisissima, Caspanello fa coincidere un rigoroso lavoro sulla recitazione, in cui lui stesso e i suoi compagni sono bravi a raggelare i toni, a evitare ogni enfasi interpretativa: in una messinscena totalmente spoglia - una panca, un lenzuolo - pigliano dunque risalto queste figurette sospese tra presente e passato, svuotate, come ridotte a trasognati manichini.”
Renato Palazzi – del teatro.it
“No, non può meravigliare il successo che la compagnia messinese “Pubblico Incanto” ha ottenuto nel Teatro “i” di Milano. Perché Tino Caspanello (autore, attore, regista e scenografo, originario di Pagliara) e i suoi compagni scavano con insolita poesia su temi dell’oggi, anche se camuffati da un vago sguardo retrò dovuto alla loro ambientazione paesana, in luoghi indefiniti, in qualche modo arcaici, dove sembra possibile che sia rimasto qualcosa di un antico ieri. Ma non bisogna farsi ingannare: Caspanello, sotto quell’aria riservata e timida, con uno straordinario uso del dialetto messinese, reso musica vera e propria, propone archetipi (di persone e di situazioni) assolutamente contemporanei, esempi di non comunicazione, di sogni irrisolti, di realtà afasiche, di bisogni soffocati, di coraggio mancato. Caspanello ha presentato a Milano due spettacoli: “Mari” e il nuovo “Rosa”, testi simili e diversi, tuttavia concordi. In “Rosa”, drammaturgicamente più complesso, con continui sbalzi temporali, quattro giovani raccontano, rievocano o forse vivono al presente la voglia di prendere un treno, il primo che passa, per andare lontano a cercare una nuova vita (o forse semplicemente la vita) lontani dall’asfissia permanente di un luogo – un paese qualunque – che sembra non poter dare loro alcun obbiettivo tranne che la fuga. Ma a partire, sembra, è riuscita solo una ragazza, mentre gli altri tre sono lì, in stazione, a rimpiangere il coraggio che non hanno avuto e probabilmente non avranno mai…
Anche qui Caspanello adotta il suo linguaggio ricco di ripetizioni, che dice dell’uso di un dialetto ozioso che spesso si avvita su se stesso ma non riesce a comunicare. Aggiungendo, però, continui sbalzi temporali, oltre a dare prova di una raggiunta maturità di scrittura (sulla pagina e sulla scena) esprime la discontinuità del nostro essere, sospeso tra realtà, sogni e disincanto. Accanto a Caspanello, asciutto e vibrante interprete, c’è come sempre la moglie Cinzia Muscolino, che disegna una donna dimessa e avventurosa nello stesso tempo; e poi gli efficaci Andrea Trimarchi e Tino Calabrò.
Vincenzo Bonaventura – La Gazzetta del Sud – 7 dicembre 2006
FRAGILE
di Tino Caspanello
con
Cristiana Minasi e Giuseppe Carullo
costumi e assistente alla regia Cinzia Muscolino
scena e regia Tino Caspanello
Un uomo, una donna, palloncini da gonfiare, vestiti da indossare per uno spettacolo di strada. Una piccola fenomenologia, una storia in equilibrio sul filo della quotidianità di una coppia, sorpresa a giocare tra poesia e brevi cortocircuiti esistenziali, che mettono a nudo la fragilità delle nostre relazioni, degli amori e delle vite che tentiamo di vivere.
Artisti di strada, i due, in giro per le piazze, in attesa di un pubblico, di qualche moneta. E proprio durante l’attesa, nella piazza deserta, consumano il rito della loro esistenza fatta di rinunce, giochi, piccoli ricatti e riflessioni sul senso del loro vivere una vita fuori da una misura comune.
FRAGILE ha debuttato il 25 agosto 2009, a Caltagirone, nel festival Teatri in Città di Nave Argo.
Il testo è stato pubblicato nella rivista Glamour, giugno 2009.
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Sono diversi anni ormai che Tino Caspanello va felicemente dimostrando il suo spessore artistico e sono diversi anni che la compagnia Pubblico Incanto (di Pagliara, sopra Roccalumera nel messinese), formata nel suo nucleo centrale dallo stesso Caspanello e da Cinzia Muscolino, propone un’esperienza teatrale la cui prima regola sembra consistere nella tendenza a togliere elementi di scrittura scenica piuttosto che ad aggiungerne. Togliere, semplificare, ridurre, alleggerire, svuotare, rimandare, nascondere, rendere implicito. È quindi facile capire che, per contro, lo spazio in cui il discorso di questa compagnia tende a dispiegarsi è quello d’una riflessione sul vuoto, e sulla vertigine che ne accompagna la consapevolezza, sul silenzio, sull’immobilità o sulla lentezza, su quello spazio insomma ch’è sempre stato presente nel teatro ma che il teatro contemporaneo ha reso una delle sue dimensioni fondanti. Una riflessione artistica che si muove per scomposizioni: ogni segmento di vuoto e silenzio viene fermato, osservato, attraversato e poi si lascia che il pubblico partecipi anche lui osservando, scomponendo a sua volta e quindi ricostruendo e interpretando. Niente di particolarmente nuovo quindi nella produzione di Pubblico Incanto, ma un’intelligente serie di variazioni su un segmento centrale della contemporaneità teatrale. Come notevoli (e rare) sono la serietà e l’umiltà con cui questi artisti propongono la loro esperienza: non dicono “quanto è nuovo quel che vi proponiamo”, ma “quanto è interessante ed ancora vitale questa dimensione di teatro che vi invitiamo a rivivere con noi”. Tutto questo ha trovato un’ulteriore riscontro in “Fragile”, lo spettacolo che ha debuttato in prima nazionale il 25 agosto scorso nell’affascinante cornice liberty di Villa Patti a Caltagirone, a chiusura della rassegna di Nave Argo “Teatrincittà”: il testo e la regia sono di Caspanello, con l’evidente apporto di Cinzia Muscolino, ma questa volta in scena ci sono due nuovi attori e cioè la messinese Cristiana Minasi e il calabrese Giuseppe Carullo che, già nel tipo della loro presenza scenica, corrispondono esattamente al genere di teatro di Pubblico Incanto. Ciò che la piéce propone è il magico dispiegarsi in scena del rapporto amoroso tra due artisti di strada (saltimbanchi, comici, improbabili danzatori, musicisti, impacciati e maldestri gonfiatori di palloncini): un rapporto silenzioso ma densissimo in cui parole e gesti servono non tanto a esprimere ma piuttosto a riecheggiare quanto già è misteriosamente accaduto nel silenzio della loro presenza. Una presenza plurale per altro, la presenza di individualità segretamente complementari. Emozioni, trasalimenti, incertezze, paure, attimi di sgomento, sottili increspature del rapporto, ombre oscure che risalgono dal passato e poi riconciliazioni e voli che riprendono, speranze, sono in questo spettacolo misteriosi accadimenti. Paolo Randazzo, www.dramma.it
Stavolta non lo troviamo protagonista sulla scena come nei suoi ultimi lavori. Stavolta ha creato una storia dai toni leggeri, surreali, che, come al solito, gioca sul dialogo, sul linguaggio di pochi personaggi e la dirige dalla cabina regia dando i giusti input a due giovani e bravi attori che ben reggono la scena. Stiamo parlando dell’attore, autore e regista messinese Tino Caspanello che in prima nazionale, a chiusura del 15° Festival “Teatri in Città” di Caltagirone, ha presentato, con il suo gruppo Teatro Pubblico Incanto, il nuovo lavoro “Fragile” che vede protagonisti per circa 50’ due personaggi senza nome, un uomo ed una donna che danno vita ad una pièce che rientra in quanto a simboli, giochi di rimando e suggestioni al cliché tipico di Caspanello che anche stavolta non si smentisce.
Protagonisti di un lavoro scritto da Caspanello nel 2004 e via via
rifinito e completato, i due giovani attori (nella foto in scena)Cristiana
Minasi e Giuseppe Carullo (messinese lei, di Reggio Calabria lui), che si
muovono con grazia e con atteggiamento straniato: lei con un tutù bianco ed alle
prese con una valigia e dei vestiti appariscenti da indossare e lui, con una
sorta di divisa sbottonata con dei palloncini che invece di gonfiare riesce
sempre a far scoppiare.
Sulla scena una porta con un cielo dipinto, una sedia ed i due personaggi: una
coppia stravagante di attori di strada, alle prese con i soliti discorsi di
vita, di comprensione, di azioni da portare a compimento. Il tutto giocato tra
il clownesco ed il surreale, con un linguaggio spezzettato da silenzi che
fotografano il loro status di esseri in bilico sul filo della quotidianità,
sulla banalità e la pochezza del nostro essere.
Lui e lei, vestiti come strani clowns, si ritrovano a giocare tra
spruzzi di poesia e black out esistenziali, evidenziando in varie forme, come
capita a tutti noi, paure, indecisioni, gelosie. Due vite in mondo grottesco che
mettono allo scoperta la fragilità della propria esistenza di coppia, che
testimoniano le difficoltà della vita che tutti i giorni cerchiamo di vivere in
un modo o nell’altro, tenendo insieme pezzi di amore, di amicizia, di rispetto e
di paura di perdere qualcosa.
Ben delineati i caratteri dei due personaggi da parte di Cristiana Minasi e
Giuseppe Carullo, nei panni di questi due attori di strada alle prese con la
fragilità della nostra vita, con la fragilità del loro cammino, tra la
difficoltà nello scegliere il percorso di coppia più giusto da scegliere.
Rispetto ai precedenti testi che attingevano al dialetto siciliano stavolta
l’autore fa esprimere i due personaggi in lingua e rende così il testo più
fruibile al pubblico. Scena e regia di “Fragile” sono dello stesso autore,
assistente alla regia Cinzia Muscolino. Testo leggero, di profonda riflessione e
di piacevole gradevolezza con cui Caspanello, dopo “Mari”, “Nta ll’aria”, “Malastrada”,
continua il suo lavoro di ricerca sulle suggestioni del linguaggio, del gesto,
dell’immagine, del racconto, della musica. L’autore, stavolta nei panni di
regista, seguendo l’interpretazione di due attori, lavora sul linguaggio, sui
caratteri dei personaggi, scavando nelle loro storie, facendo riflettere lo
spettatore sulla fragilità del nostro futuro e della nostra vita, sulla
precarietà delle nostre esistenze e dei nostri rapporti umani e di coppia,
regalandoci l’ennesimo interessante allestimento di nuova drammaturgia.
Tino Caspanello ricordiamo che nel 2008 ha ricevuto il premio dell’Associazione
Nazionale dei Critici di Teatro per la sua attività di autore e regista.
Maurizio Giordano,www.cronacaoggi.it, 31 agosto 2009
Arpa e Teatro Pubblico Incanto
1952
a Danilo Dolci
di Tino Caspanello
con
Filippo Luna
Tino Caspanello
Cinzia Muscolino
Elisa Di Dio
Tino Calabrò
assistente alla regia Filippa Ilardo
regia
Tino Caspanello
Dedicato a Danilo Dolci. Una dedica che parla il linguaggio del teatro, che cerca di percepire cosa si agita sotto le parole e le azioni. Un viaggio in treno, quel viaggio che portò Danilo Dolci in Sicilia nel 1952. Vite che si incrociano lungo il tragitto, teorie, pratiche di vita e comunicazioni che dipingono un affresco lucido e agghiacciante di una società trascinata verso il perbenismo, verso la normalizzazione da un potere che sta intrecciando, sempre più intensamente, i suoi destini con quelli occulti dell’eversione; un potere che soffoca e annienta l’individuo, la sua spinta alla giustizia e alla socialità. Intanto, qualcuno, fuori da quel treno, in una Sicilia lontana dai fasti di un’economia in crescita (proprio ai primi mesi del 1952 risale l’ennesima censura della riforma agraria), qualcuno muore, qualcuno continua a morire per la fame, per mano della mafia, per la disperazione. E’ là che Danilo si sta recando; non sa cosa troverà, chi lo sosterrà nella lotta che, da quel momento, avrà un unico obiettivo: restituire dignità agli esseri umani, agli ultimi, a quei “vinti” che continuano ad alimentare, loro malgrado, cronache e letterature.